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B U E N O S   A I R E S
N O N   F I N I S C E   M A I

di Vito Biolchini e Elio Turno Arthemalle
tratto da 'Le irregolari' di Massimo Carlotto



 

Antefatto                                                                                                                            
1. A1. Prologo: in casa, funerale
2. B1. Inizia la procedura per il risarcimento. Presentazione della domanda
3. X1 .Elsa, Francesco, gli amici, il calcio.
4. C1. Plaza de Mayo. Elsa si ferma a sentire i racconti, per la prima volta 
5. A2. Il circolo Garibaldi. Incontro di Elsa e Francesco
6. A3 Le pratiche per il rimborso. Elsa cerca le prove
7. B2. Di nuovo all’ufficio, per istruire la pratica
8. Y1. La telefonata in Italia
9. X2.  I mondiali. La partita. Il calciatore desaparecido.
10. C2. Le donne raccontano: il sequestro, la tortura
12. C3. Elsa torna in Plaza de Mayo. Diventa una di loro
13. C4. Discorso di Elsa in Plaza de Mayo
14. A4. Elsa torna a casa. E’ sola. Pensa ai figli che non ha avuto
15. B3. Ultima fase delle pratiche. Elsa risponde alle ultime domande
           e scopre che deve firmare la rinuncia a future azioni contro lo stato
16. C5. Elsa esce dall’ufficio. Torna a parlare con le donne di Plaza de Mayo.
           Il ruolo della Chiesa cattolica
17. A5. Epilogo. La solitudine delle donne di Plaza de Mayo. La rinuncia al risarcimento
 
 

Antefatto

Sono Elsa Martina D’Amico. Mio marito Francesco Dinelli è scomparso ventidue anni fa, il giorno 10 giugno 1978.  
Di tutte quelle carte che ho firmato... Di tutte quelle carte che ho firmato... Tutte quelle carte che ho... firmato...
 

1. A1.
Prologo: In casa/funerale

Fra poco uscirò di casa e tu non ci sarai più.
L’ho deciso, ho deciso di farlo.
Avrei dovuto farlo prima, ma avevo paura.
Paura di pensare, di parlare, paura di uomini in divisa, paura di non essere creduta.
Quella paura che tu non avevi, e me lo dicevi sempre: “Non ti preoccupare, non ti preoccupare… Non ci succederà niente… Bisogna essere forti… Non ti preoccupare .”
Avevo ragione io, era giusto, avere paura.E ho paura anche adesso. Ma non degli altri, ora ho paura…
Ci sono dei giorni che mi sento ancora il tuo sguardo addosso. Ma poi mi giro e vedo solo la tua foto dappertutto. Una foto grande, così grande che i tratti del viso mi catturano e non riesco a vedere altro. Le sopracciglia, il naso, la bocca… Ma gli occhi no, quelli mai. Vedo solo…
E’ solo una questione di tempo e di te non resterà più niente.
Lo sai che non sono mai stata coraggiosa. Non ti chiedo di capirmi. Sono cambiate troppe cose. Quanto tempo mi rimane? 

Un funerale così non lo ha mai avuto nessuno. Basterà varcare quella porta e vedere cosa c’è oltre. Sarà il mio modo per dirti che ti amo, solo continuando ad  amarti posso  credere di essere stata amata. Lo sai che ora nessuno ci crede, che nessuno, ancora, ricorda?
Se non vado ora è come se tu non fossi mai esistito, è come ingrandire ancora di più quella foto… Il ricordo nel tempo svanisce. E io non ho più forze.
Ho deciso, ho deciso di farlo. Ancora un passo e tu tornerai ad esistere. Non più solo un nome ma una persona vera. Ma per poco, solo per poco. Poi te ne andrai. Riuscirai a perdonarmi? Non avrei mai pensato che un giorno sarei stata costretta ad amarti in questo modo. 
Scusami.
 

2. B1
Inizia la procedura per il risarcimento. Presentazione della domanda

(Dialogo con l’impiegato, allo sportello)
Eh? Sì, sono io. Ah, lo devo dire io. Sì. Lo devo ripetere? Sono Elsa Martina D’Amico. Di Gennaro e Carmen Garcìa. Nata a Mendoza il 19 marzo 1956, residente in Buenos Aires, Avenida Sarmiento 1394. Stato civile? Come, “stato civile”? Ah, è per… sì, sì. Coniugata. Con Francesco Dinelli, nato a Ferrara, Italia, il 30 maggio 1954. No, non ho figli.
Eh? Sì. Dichiaro che dal giorno 10 giugno 1978 non ho notizie di mio marito. L’ho visto per l’ultima volta quella mattina, stava andando a lavorare. In fabbrica. Lavorava per la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino. No, l’indirizzo non me lo ricordo. Certo che l’ho cercato. Non è tornato, la sera. No, non è possibile che sia andato a vedere la partita quella sera… Certo che gli piaceva il calcio, ma me lo avrebbe detto se…
E allora ho fatto le telefonate. La fabbrica, la famiglia, gli amici, qualche collega, quelli del circolo degli italiani. Niente. Allora ho fatto il giro dei comandi della Policìa Federal e degli ospedali. Niente.
E cosa dovevo fare? Ho aspettato in piedi, fino a tarda notte: mi sono addormentata appoggiata al tavolo di cucina. La mattina venne in casa mio fratello. Era impiegato. In tribunale... Un contabile... Sì, sì... Eravamo tutti molto spaventati. Mio fratello ci diceva di stare calmi e chiedeva se per caso Francesco avesse qualche collega d’università impegnato in politica. Sì, Francesco studiava, non l’ho detto? Lettere, mancava poco. No, non era impegnato in politica. Non lo escludo, magari qualche conoscenza occasionale: a quei tempi, nelle università, di politica se ne faceva. Ho detto che non lo escludo, ma... No, non so niente.
È per la domanda… per fare domanda. Per il risarcimento. Mio marito. No, non è negli elenchi. No, nessuna denuncia. Però avevo scritto una lettera al nunzio. Cioè, non una, molte. Le vuole vedere? Sì, nel ’78.
Lo so che sono passati ventidue anni. Perché non capivo. Perché era pericoloso.Perché era inutile e uno era già troppo... Perché no. E comunque non cade in prescriz… Certo, certo. E poi io sono sola, ho paura. Anche di finire per strada, sa? Non volevo neanche venirci, qui: la vita non si compra pensavo, mi dicevano. Ma c’è anche la mia, di vita. Dopo più di vent’anni ho diritto anch’io a… insomma, un minimo di garanzie, anche economiche…
Sì certo, aspetti, prendo nota. Certificato di nascita, stato di famiglia, certificato di… certificato di esistenza in vita? Ah, pure! Certificato di esistenza in vita, congedo militare, libretto di lavoro, documenti sanitari. Altro? Sì? Foto una, una sola. Testimonianze? Di cosa? Come “del fatto che sia realmente esistito”? Lo so che facevano sparire tutto dall’anagrafe, ho capito. Certo, i familiari, gli amici… ho capito. Adesso lo so.
 

3. X1
Elsa, Francesco, gli amici, il calcio

Chiamate Eduardo, allora. E Manuel, e Alfredo. Erano sempre con lui. In fabbrica, all’università, allo stadio. Allo stadio, soprattutto. Poteva essere l’esame più importante o la rogna più grossa al lavoro: davanti al calcio spariva tutto. Io li prendevo in giro: “Il vostro tifo é solo una scusa, per far finta di comprare e vendere giocatori, urlare, minacciare, una scusa per  stare assieme e lasciare a casa le mogli. Non puoi capire, dicevano. E io ridevo! Gli dicevo che volevano fare gli intellettuali. Gli intellettuali del calcio… Una volta, per sfida, mi sono fatta portare alla partita.
I mondiali! Del resto non si parlava d’altro, da due anni. I mondiali! Mai vista tanta gente in un colpo solo. Tutti in bianco e celeste. Sembravano in divisa. E forse lo erano. Decine di migliaia di occhi a guardare giù in fondo. E in fondo, quegli omini piccoli piccoli. Eh, sì, avevano ragione loro. E come si fa a resistere? Anch’io urlavo Argentina! Argentina! (agita un fazzoletto bianco) Come tutti, come una sola voce.
Io non capivo niente di quello che succedeva giù nel campo, ma urlavo e abbracciavo anche degli sconosciuti. Argentina! Argentina! Tutti assieme. Tutto il mondo ci stava guardando e io avevo dimenticato quanto mi facevano ridere neanche due ore prima Francesco e i suoi amici. Ora ero come loro, peggio di loro. Argentina! Argentina!
Ed era bello sapere che i nomi che sentivo sull’autobus, al telegiornale, o dagli amici di Francesco, appartenevano davvero a qualcuno. E che qualcuno era giù sul prato, a correre per tutti noi. Guarda, quello è Kempes, quello è Passarella, quello in fondo è Ardiles, quello è Galvan... e poi Ortiz ... Galiego... Ubaldo Fillol... Daniel Bertoni ...  Juan Morresi
Raul Garuti... Raquel Remoz... Eduardo Gimenez............................
 

4. C1
Plaza de Mayo. Elsa si ferma a sentire i racconti, per la prima volta

(1) Jorge Louis Maelo. Maria Laura Vignas.
(2) Carlos Fernando Gregori, studente di diritto di ventitré anni. Lo videro per l’ultima volta nel commissariato tra calle Gaona e Boyacà. Era il 14 settembre 1976.
(3) Hugo Alejo Zurita, operaio specializzato. Il 26 maggio del ‘78 lo incappucciarono che lavorava sul tornio. Aveva 24 anni.
(4) Teresa Israel, avvocato. L’ultima volta è stata vista al campo El Atletico.
“All’inizio nessuno pensava di marciare. Stavamo sedute sulle panchine di Plaza de Mayo. Il primo giorno, un sabato, eravamo in quattordici. Il 30 aprile del 1977. Mio figlio ormai non lo vedevo da una settimana.”
(5) Federico Gonzales, attore. Di notte cantava Serrat.
“Dopo ci ritrovammo di venerdì, poi di giovedì. Allora vennero i poliziotti e ci presero a manganellate. Ci dissero che non potevamo stare là, ci dissero di andarcene, di camminare. Pensavano che fossimo stanche. Invece marciare era più semplice. Tutte unite, per sostenerci a vicenda.”
(6) Maria Elena sparì il 25 maggio del ’78. Sua sorella Marta era già stata rapita. Il sei dicembre dell’anno prima era toccato a Raùl. Del fratello Jorge già non si avevano più notizie.
“Se una marcia, vuol dire che deve andare da qualche parte. Ma noi marciamo in tondo perché da qui non ce ne vogliamo andare. E loro lo sanno. Sanno tutto. La vedi questa foto? Gli ho giurato che da qui non me ne vado finché non ho giustizia. E la tua foto dov’è?”
(7) Margarita Leticia Oliva venne prelevata nel suo appartamento. Al marito dissero che si trattava di un semplice controllo. 
“Io adesso porto il fazzoletto, ma una volta era un pannolino. Ce li hanno presi che erano ancora dei bambini. Glielo urlo da sempre, a quei giovani in divisa e col fucile. Anche mio figlio era così bello quando gli misero un cappuccio in testa.
Pensavano di metterci paura chiedendoci i documenti. Maltrattarono due madri, le più vecchie. Strapparono le borsette e le gettarono a terra. Alla fine eravamo in trecento ad assediare il commissariato. Tutte con i documenti in mano, “ siamo pronte a farci arrestare.”
(8) La madre di Norma Blanca Tomasella non riuscì a ricostruire il giorno, l’ora e il luogo del sequestro della figlia. Si convinse che se la presero tra la fine del ’77 e i primi mesi del ’78.
“Per fermare un doberman devi usare un giornale arrotolato e metterglielo in bocca prima che ti azzanni. E se usano gli idranti? E se lanciano un lacrimogeno, lo sai come si fa? Non sei mai stata qui. E anche gli amici dei nostri figli, dove sono? Non c’è più nessuno. E i figli dei nostri figli? Oggi avrebbero l’età di quel tenentino… Quello là in fondo: quello che un giorno dispose le truppe contro di noi. Volevano farci paura… “Caricate!” Restammo immobili, non se ne mosse una. “Puntate!” Altre madri si aggiunsero, ci prendemmo per mano. E quando quello ripeté: puntate! Allora noi, tutte assieme gridammo “Fuocoooo!” “
Dove sono stata in tutto questo tempo?
 

5. A2
Il circolo Garibaldi. Incontro di Elsa e Francesco

Viva l’Italia. Viva l’Italia. A caratteri cubitali. Sotto, una cartina senza isole. Di fianco, la bandiera, una foto turistica di Napoli, un ritratto di Garibaldi. Il circolo portava il suo nome. E tu stavi lì. A giocare a carte e a fumare. Avevi uno sguardo diverso, e per questomi sono innamorata subito di te.
Mi bastò per sposarti dopo tre mesi. In chiesa mi baciasti prima che il prete te lo chiedesse. Avevi sempre fretta. Come se il tempo non fosse  mai abbastanza. E anche la domenica, subito in fuga dalla città... A volte, durante la settimana, non volevi neanche tornare a casa, venivo io in auto a prenderti ai cancelli della fabbrica, per scappare, fuggire. Ti piaceva la campagna. Dicevi di essere esperto, che avevi il sangue di tuo nonno contadino. Ma un giorno mangiammo certi frutti selvatici dal sapore terribile, e finimmo tutti e due all’ospedale. Tu esperto, ormai solo di saldatrici e torni, alla catena di montaggio.
No, di politica non parlavi mai. Mi raccontavi del sindacato ogni tanto. Il calcio, quello ti piaceva! E quell’anno lo aspettasti come un bambino aspetta il compleanno. 1978. Tu e gli altri italiani. Perché allora eravamo ancora italiani.
Ti piaceva la campagna, ma anche gli oggetti: quando potevi compravi, compravi tutto. Dicevi che lo facevi per me, ma non era vero. Ti piaceva toccarli, accarezzarli. Finalmente potevi permetterti qualcosa. Ma niente di lussuoso, no. Un vaso di ceramica preso al mercatino di San Telmo, un attaccapanni in noce, un divano comprato a rate da un tuo amico che aveva bisogno di soldi. “Ti piace?”. Ma non piaceva neanche a te!
Ed ora sono ancora lì, mi guardano gli oggetti. Ma non li riconosco più. Come questa città. La sentivo mia, sconfinata, ma mia, senza paure, amica, vicina… Adesso mi è indifferente. Il mio mondo sta tutto qua. In questo silenzio. Un silenzio che è sempre lo stesso. Immutabile, infinito. Lo stesso silenzio di allora. Mio, solo mio! 
E se tornassero  adesso, così, senza motivo?  Cosa farei adesso?
 

6.  A3
Le pratiche per il rimborso. Elsa cerca le prove.

Dimostrare che sei esistito. Con cosa? La foto, il libretto universitario, il ritaglio di quella volta che il giornale ti aveva nominato, e basta. Ecco qua. Questo è mio marito.
Leggetemele in faccia, le prove della sua esistenza. No, non della sua esistenza, leggetemi le prove della sua…
Come faccio a spiegartelo? Desaparicìon non vuol dire scomparsa. Cioè, vuol dire scomparsa… ma vuol dire che se lui era qui e adesso non c’è più, non è che non è qui perché è da un’altra parte. Perchè se fosse da un’altra parte, potrei andarlo a cercare. Ma invece non posso andarlo a cercare. Allora è morto? No, è desaparecido. Allora è vivo? No, è desaparecido.
Non siete né vivi né morti. Non esiste un luogo dove vi hanno messi a stare insieme. Non vi si può raggiungere. Nemmeno morendo. Ed è pericoloso perfino nominarvi.
Per il nostro bene, amore mio, ti vorrei pensare morto. Ma, come faccio a spiegartelo? Mi chiedono di dimostrare che tu sei stato vivo. Ah certo, in questo modo potrebbero ammettere di averti ucciso. Ma no, non mi diranno mai: lei è vedova. Mi diranno moglie. Moglie di desaparecido. Eh sì, sono rimasti gli stessi, amano ancora i ragionamenti contorti, i rebus che ti si piantano nel cervello e non ti lasciano pensare.
Non solo ti hanno fatto sparire, no! Hanno agito su quelli che sono rimasti. Ci sono entrati in gola e hanno cambiato il significato delle parole, ché una vale l’altra, sembra. Ci sono entrati in testa e ci hanno costretto a perderci con i loro contorsionismi. 
Come faccio a spiegartelo? Hai mai visto un’alluvione? Tutto ciò che ti era familiare viene coperto e prende lo stesso colore, e ogni tanto affiora un pezzo di qualcosa che ti ricorda pezzi di altre cose. Perché tutto è andato in frantumi, e puoi solo andartene o costruire muri diversi, strade diverse, case diverse.
E molti, come me, sono rimasti immobili, a cercare di risolvere il gioco di contraddizioni.
È un’abitudine argentina. Fissare lo specchio pensando che la vita sia lì dentro.
E quei pochi che volevano rompere gli specchi io li ho visti sparire, e vedevo comandare quelli che continuavano a fabbricarli.
Giochi raffinatissimi. Degni del grande visionario cieco! Il mondo impazziva per Lo Scrittore. Funes o della memoria. L’uomo che ricorda tutto, le cose utili come quelle inutili. Quante gocce d’acqua caddero quel giorno, in quel luogo, quel minuto? Ricordare, per lui, il “poeta”,  era una sottigliezza intellettuale. Se ne rallegrava, lui, a pranzo con i generali.
Per me è stata una guerra. Io faccio fatica a ricordarmi il tuo volto... 
 

7. B2
Di nuovo all’ufficio, per istruire la pratica.

Mio fratello mi sconsigliò di fare denuncia. Mi disse di andare in fabbrica, che forse lì sapevano. Allora cercai un dirigente, uno del suo settore, uno di quelli che Francesco nominava sempre. Un duro, era italiano, un italiano che era qui da poco.
No, mai. Lo aspettai fuori dai cancelli per una settimana, ma non riuscii mai a bloccarlo. Come mi vedeva, accelerava il passo e scompariva. Come si chiamava… aspetta… fa niente...
Però mi ero ricordata  il nome di un altro, un amico di Francesco che faceva sindacato: Antonio. Ai cancelli blocco uno e gli dico “Dov’è Antonio del sindacato?”. “Antonio? Di che Antonio stai parlando? No, no no. Qui non c’è più un Antonio che fa sindacato”. Eppure mi ricordavo bene, c’era un Antonio che faceva sindacato nello stesso settore di mio marito, ne sono sicura. Francesco...
La lettera al Nunzio? Sì, anche lui era italiano. Per quello l’ho mandata a lui. 
No, non solo una. Molte. Dicevano che era amico del generale Massera, che ci giocava addirittura a tennis ogni settimana. A tennis! Non ci ho mai creduto, un nunzio che gioca a tennis! Che scemenza! Voi ve lo immaginate?(ride)
Ah sì, aspetti… questo è importante, vero? Sì che ce l’ho! L’ho chiesto al consolato. No, all’ambasciata meglio di no. Perché mi avevano detto che, allora, molte avevano fatto la domanda anche otto volte all’ambasciata. La domanda si perdeva, oppure tornava indietro con il nome sbagliato. Oppure, quando arrivava, a riceverla non c’era più nessuno… 
Tornare in Italia?… e come avrei potuto? E per fare cosa? Dopo tanti anni… Sì, una volta andavamo anche noi a vedere le navi italiane al porto di Boca. Passavamo lì la domenica pomeriggio. Ora neanche lo parlo più l’italiano. L’ultima volta che l’ho fatto è stato quando ho telefonato ai parenti di Francesco in Italia. Da una cabina - avevo paura di usare il teelefono di casa... Mi avevano detto che forse l’azienda da lì poteva sapere e forse intervenire. Pare che qualche moglie lo avesse già fatto… Giugno ‘78… Era sparito da dieci giorni, e io non sapevo cosa fare.
 

8. Y1
La telefonata in Italia

…sì, Pablito vuol dire Paoletto, sì. Passami tua madre per favore. Certo, anche Paolino va bene. Mi passi mamma? (perdendo la pazienza) Ho capito che si chiama come te, sì... e anche tu fai tanti goal. Passami tua madre!
Chiara, sono Elsa. Senti, non posso parlare per troppo tempo, chiamo da una cabina. Hai notizie di Francesco? Certo che dovrebbe essere qui. E’ sparito da venti giorni. Aspetta, ferma, dove…? Ma lascialo piangere, Paolino. Chiara, finisco i gett…(Lunga pausa)
Chiara? Sei lì? Dov’eri finita?. Non me ne frega niente se il bambino è tifoso. Chiara, credo che abbiano fatto sparire tuo fratello. Come, chi? Senti, passami tuo marito. Ah... E a che ora finisce la partita? A che ora finisce? Qui sono le tre. Di pomeriggio! Secondo te esco alle tre di notte per telefonare da una cabina? Perché in casa è pericoloso. Macché tifosi, ascolta! È importante: dovete andare alla Fiat. Sì, alla Fiat. Dovete chiedere…
Chiara, per favore! Hai capito di cosa sto parlando? Hai capito che forse hanno ammazzato tuo fratello? E che forse faranno sparire anche me? Tutti? (pausa) Chiara, ci sei? Non hai capito? Sì, certo, la linea… 
Ma è naturale che sia agitata! Cerca di capire, ti supplico. Non scherzo. No, non sto esagerando. Problemi tra noi? Problemi tra noi? Tra me e Francesco?! Chiara, qui sparisce gente tutti i giorni, i suoi amici sono già tutti… Cosa vuol dire, “tornerà quando gli passa”? Cristo, ma... ma tu non... Ma cosa vi stanno raccontando? Che notizie vi arrivano? (Pausa)
Ah. Sì. Sì. Certo. Certo. No, non credo che richiamerò più tardi. Salutalo tu tuo marito. Certo, quando Francesco torna a casa vi faccio chiamare. Sì, così vi tranquillizzate. Va bene. Sì, un bacio anche a Paolino, sì. Quanti anni ha, adesso?
 

9. X2
I mondiali. La partita. Il calciatore desaparecido.

Era la seconda partita della mia vita. Con Francesco, Eduardo e Manuel andammo a prendere Alfredo, a casa sua. Anche lui voleva trasformare sua moglie in una tifosa. Ma Rosalia odiava il calcio, odiava i mondiali, odiava l’Argentina.
L’anno prima era sparito suo fratello. E adesso Alfredo era lì, con la sua tenuta bianco celeste. Non poteva detestarlo, perché era buono, non poteva disprezzarlo perché non era mai stato bugiardo. Semplicemente, da quel giorno, il giorno in cui si erano presi suo fratello, lei aveva smesso di amarlo. Ai suoi occhi non era più ne coraggioso né vigliacco. Era come tutti gli altri.
E Rosalia disse solo che allo stadio non sarebbe venuta. Noi sentimmo le urla di Alfredo. “Ancora? Anche oggi? Sempre? Lo so cosa pensi, lo so. Ma cosa c’entra il calcio con la politica!”.
Il calcio con la politica...
Dentro lo stadio volavano milioni di coriandoli.
L’Argentina avrebbe vinto, bisognava ridere e festeggiare. Kempes sarebbe stato il nostro Simon Bolivar.
“Oggi lo fanno giocare! Oggi lo fanno giocare!” Juan Morresi, 24 anni: la grande speranza del River Plate. Il preferito di Francesco e degli amici. La prima partita in nazionale. Alfredo ne era fiero. L’aveva previsto anni prima. 
Ma Juan Morresi, quel giorno non c’era. Non era nemmeno in panchina. “Un infortunio, avrà avuto un infortunio...”  Un infortunio! Qualcuno sussurrava che avesse amici nella gioventù peronista. L’infortunio doveva essere molto grave, tanto che Morresi non poté neanche assistere alla storica vittoria dell’Argentina ai mondiali, e applaudire il generale Videla, coperto di medaglie, che consegnava la coppa del mondo a Kempes, il nostro Simon Bolivar.
Fu davvero un brutto infortunio, quello di Juan Morresi... 
E oggi la sua foto in maglia e calzoncini è al collo di sua madre, in Plaza de Mayo.
 

10. C2
Il sequestro, la tortura.

1. Quando arrivano non fanno domande. Le loro facce le vedi, i loro occhi li vedi. Poi, non più. Cappuccio, manette, pugni, calci... Dentro un camioncino. 
    Al campo diventi una sigla: una lettera e due cifre. Subito nudi, incatenati a un tavolo. Luci al neon, corridoi, stanze piccole. Devi parlare. Sempre, a lungo, dire tutto quello che sai, ma soprattutto quello che non sai. Devi parlare. Non pensare di resistere. Sono esperti, molto esperti. Corso di addestramento di lotta antisovversiva, base americana di Fort Gulik, Panama. Devi parlare. Se non hai il cianuro spera di morire. Li farai arrabbiare, morendo. Ma non sarà facile, c’è un medico con loro. E anche un prete. Ma non è lì per te. Tu devi solo parlare.
2. Dimenticati la casa. Qualcuno dei tuoi la cederà a un militare con l’illusione di riportarti indietro. Anche i mobili, gli elettrodomestici, tutto. E’ solo una razzia.
3. Dipende da dove capiti: Club Atletico, Garaje Azopardo, Automotores Orletti, El Banco... ma alla picana non puoi sfuggire. Elettrodi su tutto il corpo, scosse di tre secondi, ogni tre secondi, per tre ore.
4. Finte fucilazioni. Finti avvelenamenti. Morsi di cani addestrati. Ossa spezzate. Unghie strappate. Iniezioni di pentotal. El Submarino: la testa infilata in un bidone di urina e escrementi. El Cubo: immersioni alternate in vasche di acqua ghiacciata e bollente, le piaghe spalmate di escrementi perché si infettino.
5. La fine è sempre di mercoledì. Lanci dagli aerei nell’oceano, legati a gruppi di trenta e fatti saltare in aria con la dinamite, dati in pasto ai maiali, bruciati in fosse profonde, sparsi in fosse comuni. Niente da cercare, niente da trovare. Desaparecidos... Sono esperti, molto esperti. Meglio della Germania di Hitler.
6. Spera di non avere figli, o li vedrai lì con te, e loro ti vedranno... Tortureranno loro per ricattare te, per far tornare la memoria anche a chi non l’ha mai avuta. 
7. Quelli fatti nascere nei campi, vengono dati come figli ai militari. 
 

11. Y2
Storia del soldato Pablo

Si chiamava Pablo Miguez, aveva nove anni ed un mestiere. Quella sera era rimasto immobile, seduto a quella tavola dove il padre era stato preso per primo. Poi toccò alla madre. Ma fu risparmiata, quella sera. Non uccidevano le donne incinta, avevano il senso degli affari.
Aveva nove anni, Pablo, e ne ebbe dieci, e undici e dodici. E aveva un mestiere: soldato. Lo assunsero immediatamente al Campo de Mayo [Club Atletico]. Gli interrogatori cominciavano presto, la mattina. Il soldato Pablo stava nello stanzino a fianco e li sentiva urlare: “Di là c’è tuo figlio, o ti decidi a parlare o continuiamo con lui”.
All’inizio non ci credevano mai. Ma dopo un’ora, due ore di urla, cedevano tutti. Perché le urla di Pablo erano molto convincenti... Dopo pochi giorni era già irriconoscibile: tagli, bruciature, scosse elettriche… Ma fu fortunato, Pablo: non potevano andare troppo a fondo. Serviva vivo.
E fu Emiliano, Julio, Alfredo, Jorge… persino bambine. Uno strillo è uno strillo, in fondo. E Pablo era un bravo soldato: non protestava mai. Il colonnello Endrich lo citava ad esempio. E, non avendo figli, cominciò a volergli bene.
Dopo qualche mese se lo portò persino a casa. Una nuova famiglia, una famiglia vera, ma con volti sempre uguali. Di mattina il colonnello Endrich lo seviziava, di sera lo coccolava. Nonno Endrich!
Alle otto la cena, poi a letto. Il mattino dopo si ricominciava daccapo.
Il soldato Pablo passò tre anni a fare il finto figlio la mattina e il nipote il pomeriggio, finché non venne ordinato di smantellare il Campo de Mayo [Club Atletico]. Venne detto al colonnello Endrich che il ragazzo doveva andare a riabbracciare i suoi genitori, ma non sapeva come fare, il colonnello: a Pablo ci si era affezionato! Così nonno Endrich, il colonnello, prese il ragazzo, che aveva appena compiuto dodici anni e lo affidò a una squadra di “zii” dicendogli che sarebbe tornato a prenderlo l’indomani. 
Ma gli “zii” spiegarono a Pablo che a loro era rimasto molto, molto lavoro arretrato, un bella lista di persone da interrogare. E così, il ragazzo passò altri sei mesi a fare il suo lavoro: mattina, sera e... notte – senza nonno Endrich! 
Un giorno, uno “zio” che Pablo non aveva mai visto prima, gli disse che era arrivato il momento di tornare dai suoi veri genitori. La famiglia doveva essere riunita. La democrazia stava tornando. E fu così che Pablo potè riabbracciare il padre e la madre. 
E fu affare di un minuto. 
 

12. C3
Elsa torna in Plaza de Mayo. Diventa una di loro

“Cerco mio nipote Luis. E’ nato in un campo, lo so per certo. Cerco mia figlia, era al sesto mese quando la presero. L’anno scorso siamo riusciti a scoprire la fossa clandestina dove l’avevano sotterrata. Cerco mio fratello: l’hanno preso vivo e vivo lo devono restituire.”
Marciare, marciare in tondo. Non l’avrei mai creduto. Anch’io con le donne di Plaza de Mayo. Alcune si dicono Madri, alcune si dicono Nonne. Altre si dicono figlie del figlio scomparso. Quanti anni abbiamo? Quanti ce ne restano?
“Mio figlio mi ha insegnato a guardare il mondo. Prima ero una casalinga impaurita, ora sono una rivoluzionaria.Io non voglio né lapidi, né mucchietti d’ossa. Una bara non ci riesce, a rinchiudere un rivoluzionario.” 
Marciare, marciare in tondo. Ogni tanto, un turista scatta una foto. È vero, siamo caratteristiche. Da questa parte le Madri e le Nonne, in fondo i mariti, le mogli, i parenti, e più in là i figli. Sono nati tutti nello stesso anno in cui fu fatto sparire qualcuno. Le madri cercano i figli, le nonne i bambini rapiti o nati in prigionia e poi affidati ai militari o venduti. I Figli cercano, cercano…
“Mi hanno strappato alla mia età, non posso diventare vecchia, mi hanno negato questo diritto. Se mi riposo uccido mio figlio.”
Marciare, marciare in tondo. Non pensavo che sarei mai riuscita ad avvicinarmi e a parlare con voi. All’inizio, anch’io vi chiamavo las locas. Eravate pazze per tutti. “I nostri figli sono stati rapiti dallo stato”.” Dallo stato! E per farne che?” E lo stato rispondeva che erano spariti come si è sempre spariti. Per debiti, per moda, per corna...  
“Io non mi posso fermare. E’ pesante continuare a vivere lottando. Ma io non mi posso fermare. Voglio la vita dei miei tre figli. Voglio che tutti sappiano chi li ha fatti sparire.”
(ride) Circolavano anche delle barzellette su di voi che vi mettevate il pannolino in testa. Ne ridevamo anche con Francesco. Ma quando se lo presero smetteste di farmi ridere... iniziai ad avere paura di voi. Non avevo il vostro coraggio. La mia storia era solo mia. Solo quella  riuscivo a raccontare,  solo la mia. La mia storia non era uguale a tutte le altre. No. Non riuscivo a sopportarlo, non potevo… 
“Hanno fissato il prezzo, il prezzo del sangue. Ti pagano il silenzio. E con quei soldi cosa ci compri, eh? Noi soldi non ne vogliamo, vogliamo la verità.”
Marciare, marciare in tondo... 
 

13. C4
Discorso di Elsa in Plaza de Mayo

? Mi sentite? Mi sentite tutti? Non è la prima volta che ascoltate queste cose. Non è la prima volta che venite qui. Ma ci sono domande che noi continueremo a fare, sempre. Domande senza risposta ed altre senza verità.
Dico anche a voi, lì in fondo. Voi, che ancora con le stesse divise, ora venite a parlarci di democrazia.
? Che bisogno c’era, che bisogno c’era di sterminare un’intera generazione?
Trentamila desaparecidos, quindicimila fucilati, novemila detenuti politici, un milione e mezzo di esiliati. Che bisogno c’era?
? Quale ideologia permette a un militare di seviziare un innocente in una cella, con al muro appese le immagini di Hitler e della Vergine Maria?
? Voi volevate annientare ogni opposizione, ogni dissenso, per sempre, e senza lasciare tracce. E qui, in Argentina, sotto gli occhi complici dei governi del mondo, si è sperimentata una nuova forma di repressione alla quale è impossibile opporsi.
? A queste domande non chiediamo  risposte, perché le abbiamo già. La verità la pretendiamo per altre cose. Voi  ora falsificate l’identità per falsificare la memoria. Voi che torturavate i nostri figli perché ricordassero, ora ci tormentate perché volete farci dimenticare. Ma noi non dimenticheremo.
Noi non vogliamo le liste dei morti, noi vogliamo le liste degli assassini.
La nostra voce vi perseguiterà per sempre, perché non è più solo la nostra voce, è anche la voce di quelli che avete ucciso. Le nostre voci vi perseguiteranno per sempre.
 

14. A4
Elsa torna a casa. È sola. Pensa ai figli che non ha avuto

Rosario, Daniel, Osvaldo... Graciela, Alicia, Rosa... Caytano, Marcelo, Miguel... 
Carmelo, Antonio, Luis... Isabel, Letizia, Clarita... Carlos, Jorge, Abel.
Per te sarebbe stata femmina. Allora l’avremmo chiamata Anna. Come tua madre. Oppure Laurita, Maria, Estela. E’ da tempo che non ci penso più.
Nostra figlia non è mai arrivata. Non c’è. Ma essere assenti non è come scomparire. Vuol dire stare fuori dai pensieri, e tornarci quando il dolore è più forte. Scomparire vuol dire creare l’attesa di un ritorno, uno qualunque. Un’assenza non genera illusioni ma solo rimorsi. E paure. 
In attesa di darti vita, mi avrebbero presa, come tutte. Anch’io rapita, legata in una cella e dopo il parto?... Cinque ore con te, poi: soppressa. E tu? Figlia di altri, con un altro nome e un altro futuro.
Lo ha detto anche il giudice: «I figli dei terroristi sono figli di assassini. E per questo stanno bene dove stanno».
Ma tu hai preferito non nascere. Hai preferito salvarmi, lasciarmi vivere. Sei stata tu a partorirmi, e io non lo sapevo. 
La vita è dentro uno specchio e io guardo. E vedo lui ancora vivo, e vedo me che parlo e lotto: lo devo a te, figlia mia.
Per me sarebbe stato maschio. Allora l’avremmo chiamato Guido, come mio padre, oppure Miguel, Antonio, Luis.
Essere assenti non è come scomparire. Un figlio maschio: una paura fra tante. 
Un figlio. Scomparso, ma vivo. Ormai grande, da qualche parte; forse anche lui rapito, nascosto. 
Me lo immagino alto, forte, anche bello.
A chi assomiglierebbe? Al padre, anche lui in fabbrica e allo stadio la domenica. Oppure irriconoscibile, in uniforme, severo, duro,. Un militare. Anche lui oggi in piazza a minacciare chi cerca la verità...
Rosario, Daniel, Osvaldo... Graciela, Alicia, Rosa... Caytano, Marcelo, Miguel... Carmelo, Antonio, Luis... Isabel, Letizia, Clarita... Carlos, Jorge, Abel...
 

15. B3
Ultima fase delle pratiche.
Elsa risponde alle ultime domande
e scopre che deve firmare la rinuncia a future azioni contro lo stato

Perché avevo paura. Ero sola, mio fratello mi aveva proibito di parlarne in giro, diceva che poteva passarci anche lui, che da quando mi ero messa a fare domande gli erano arrivate strane telefonate nel cuore della notte… Eppoi l’avevo capito: erano troppi a sparire, non poteva più essere un caso.
Mio fratello mi passò ogni mese qualcosa. Anche se non gli ho mai chiesto nulla. Forse si sentiva in colpa. Poca roba, però bastava. Poi è stato trasferito e allora mi sono dovuta arrangiare. All’inizio è arrivato qualcosa anche dall’Italia, gliel’ho detto che quella è stata l’ultima telefonata. Evidentemente l’hanno saputo. Forse dalla fabbrica. Ma è durato poco: un anno, circa, poi nulla.
Le ho detto che mi sono arrangiata, non mi chieda altro. Non sarei qui, adesso. Sa di quante cose mi sono dovuta privare? Eppoi ci spettano, no? Se ce li date, questi soldi, vuol dire che ci spettano. Noi non abbiamo rubato nulla a nessuno.
I documenti sono a posto? Non manca niente? È stato difficile, sa. Parlare di certe cose fa ancora paura. Prima ti dicono di sì, poi ci ripensano… 
Sa cosa pensavo venendo qui? “Con questi soldi mi piacerebbe far sapere a tutti la verità”. Perché io so i nomi, so cosa fanno ora, so perché sono stati coperti… Eppure spenderei tutti i duecentomila pesos soltanto perché lo dicessero, magari in televisione, sui giornali: perché io lo possa urlare. Perché tutto finisca e mi riposi anch’io.
Cosa cambierebbe? No. Non mi riposerei. Mi fermerei soltanto, come una che, anche se non la picchiano più, è talmente a pezzi che sta lì, buttata in un angolo, a respirare piano, con gli occhi chiusi. 
Figuriamoci, tutta questa fatica per vedere scritto su un pezzo di carta quello che so già.
No. Io devo dimenticare. Se il mondo è andato avanti fino ad ora è perché sa dimenticare. Se no con tutto questo dolore, tutto questo… queste… sarebbe finito tutto chissà da quando. Con questi soldi compro l’assenza di ricordo, compro il vuoto.
Sì sì, ho letto tutto. Dove devo firmare? Ma sì, accetto, accetto le condizioni, cosa vuole che… La rinuncia? Che rinuncia? Cioè? Per sempre? Ma cosa…?
Ancora? Ancora? Non finisce mai… 
Mi faccia capire. Se io accetto i soldi, rinuncio da adesso e per sempre alla possibilità di intentare un’azione contro lo stato per la scomparsa di mio marito? È così? Non potrò mai, mai sperare di vedere punito nessuno? Mai? Con una firma? E magari li conoscerò di persona, li dovrò vedere mentre… senza poter... mi state chiedendo questo?
Duecentomila pesos …
Posso prendere una boccata d’aria, là fuori?
 

16. C5
Elsa torna a parlare con le donne di Plaza de Mayo. Il ruolo della Chiesa

Non lo sapevi che sarebbe finita così...
Non lo sapevi che sarebbe finita così? 
Non lo sapevi che sarebbe finita così...
Cosa credevi? Cosa credevi... Che veramente ci sia giustizia in Argentina?
Cosa credevi noi marciamo... 
Noi marciamo, ma marciamo in tondo.
Noi marciamo in tondo, non dimenticarlo mai...
Non dimenticarlo mai. Chi marcia in tondo non va da nessuna parte. ...Rimane qui...
Rimane qui. Ogni giovedì, qui, da ventitré anni ...ventitré anni... in Plaza de Mayo. Siamo qui per lottare. ...Non per vincere... Non per vincere. ... Non per vincere
Ci hanno rubato tutto. Li torturavano perché ricordassero, ...ci hanno rubato tutto...  ci tormentano perché dimentichiamo. Non farlo, rifiuta, salva almeno la dignità.
...ci hanno rubato tutto...
Speravi nella giustizia, speravi nella democrazia… Non vergognarti... Non vergognarti ...Ogni scelta che farai sarà quella giusta. Anche noi siamo divise. Ci hanno ridotto in miseria... ci hanno ridotto in miseria... Anch’io vorrei avere il coraggio di mio figlio... Dire di no sempre... Dire di no, sempre, lottare… dire di no, lottare...
Almeno tu non lo hai visto sparire. Quando hanno portato via mia figlia ero lì, li ho visti in faccia. Mi sono fatta il segno della croce. Fu il mio modo per dirle addio... il segno della croce... 
Anche tu hai scritto al Nunzio, vero? ...anche tu hai scritto al Nunzio... Quello italiano, il cardinale. ...anche tu... I religiosi, quelli veri c’erano... C’erano, ma sono con i nostri figli... Ma sono con i nostri figli, ora. Ve li ricordate i padri Pallottini? ...Ve li ricordate?... Uccisi a raffiche di mitra nella chiesa di San Patrizio...ve li ricordate... E le suore? Che ancora ridono, gli assassini che le hanno lanciate dall’aereo, le chiamavano “Lo squadrone delle monache volanti”?...Lo squadrone delle monache volanti...
Dillo ai tuoi parenti, in Italia. Diglielo chi è, monsignor Tortolo, vicario delle forze armate, che chiamava crociati i golpisti, e diceva che impugnavano la spada contro il virus della sovversione... Lo squadrone delle monache volanti...  Fai i nomi, falli tutti: monsignor Plaza, Vescovo di La Plata: per lui fino a sette ore di tortura non si commetteva peccato; non ci credi?
...Non ci credi?...
Lo sai che monsignor Plaza aveva aperto un ufficio per aiutare i familiari nelle ricerche degli scomparsi? Aveva messo una persona di fiducia, di sua fiducia. ...non ci credi?... Grazie alle confidenze estorte ai disperati che parlarono con lui furono sequestrati a centinaia. ...non ci credi?.   E così hanno ucciso anche monsignor Angelelli, che si opponeva alla dittatura.
Diglielo ai tuoi parenti...
Diglielo, ai tuoi parenti. ...Diglielo ai tuoi parenti...E fai soprattutto il nome del Nunzio apostolico negli anni della dittatura. ..diglielo...  Tre mesi dopo il golpe, in un’omelia, giustificò il ricorso alla violenza citando San Tommaso. Sapeva tutto. ...diglielo ai tuoi parenti... E i cappellani militari che seguivano spiritualmente i torturatori garantivano il silenzio sulle esecuzioni, le torture e gli stupri a cui assistevano. ...diglielo... Con le confessioni dei detenuti passavano informazioni all’esercito. ...Diglielo.
Impunità, questo è il paese dell’impunità. Il nunzio è stato accusato da ex sequestrati, da religiosi e da militari. ...Impunità... Sai cos’è oggi? E’ cardinale. ...Lo sai?... Responsabile mondiale del Vaticano per l’educazione dei giovani. ...Lo sai?... Potrebbe diventare papa. 
Non sgranare gli occhi. Ci abbiamo messo anni a far pronunziare al santo padre la parola “desaparecido”, ...anni ci abbiamo messo... e quando fummo ricevute ci disse che la chiesa aveva già fatto tutto quello che poteva fare. ....anni.... Poi diede a ognuna una croce... “Un’altra croce…”  ...un’altra croce...
La chiesa cattolica è stata l’unica madre... l’unica madre...  che non ha chiesto giustizia per i suoi figli... l’unica madre... 
Anch’io avevo scritto al Nunzio. Non una, ma molte lettere. E alla fine mi aveva anche risposto: “Cara signora, la ringrazio per le lettere che mi ha inviato. E’ un momento difficile per la Chiesa, impegnata a difendere i suoi valori dagli attacchi che arrivano con sempre maggiore frequenza e durezza. Per questo comprendo il dolore per la scomparsa di suo marito. Le sono vicina con la mia preghiera quotidiana“. E dentro la busta c’era anche un rosario. Questo.
 

17. A5
Epilogo. La solitudine delle donne di Plaza de Mayo. La rinuncia al risarcimento

Amore, amore mio. Non c’è qualcuno anche solo uno, una volta, che riesca a raccontare la morte con gli occhi di chi resta? Che riesca a dire, con parole migliori delle mie, più belle, più forti, che quando uno va… quando uno parte, non muore. No. Passa la morte a chi non parte. Gli mette il vestito della morte, e tutti pensano che sia vivo. Non c’è nessuno che lo sappia dire? Tu non lo sai cos’è diventata la nostra casa. Si dice sempre che una casa diventa vuota, quando qualcuno va via. Ma non è così. È troppo piena, è una specie di mostro che ti stritola, che ti risucchia da ogni angolo. Da una stanza all’altra, dal dondolo al tavolo, dal tavolo alla finestra, fino alla tua foto. Sempre lì, sempre lì. Tu guardi ma non vedi. Non vedi, non vedresti neanche se fossi qui con me. Non mi vedresti più. Anch’io sono desaparecida, o sto per diventarlo. 
Nessuno sa il silenzio che c’è ancora nella mia casa. Un silenzio assoluto, tremendo, che nessuno potrà mai riempire. I tuoi oggetti sono lì, non hanno più vita. Sono inutili, come questi anni passati senza di te. 
Quanto tempo mi rimane? Forse meno di quello che ho passato ad aspettarti.
Ma la cosa più crudele… La cosa più crudele è che... La mattina esco, piena di rabbia, e vedo le altre, le madri, le nonne e con loro urliamo, facciamo, organizziamo. Tutta questa fatica marciare in tondo, tutti i giovedì di una vita inutilmente lunga, lunga… E alla fine cosa cambia? La sera, quando torno, trovo la casa ad aspettarmi. E’ viva, piena di occhi… c’è qualcosa, qualcuno nascosto nei muri. E gli angoli… non riesco a passarci vicino, è come… ci sono mani che cercano di afferrarmi, di portarmi via… E sono sola, sola, sola. Ho paura persino di respirare, ho paura di cose assurde, come faccio a spiegartelo? Qui sta la crudeltà. Sai quante volte ho pensato che bastava poco per finire questo supplizio quotidiano? Ma non è possibile. Non riesco a strapparmi da questo… come chiamarlo? Come posso chiamarla vita, la mia? Come posso chiamarla morte?
Sono desaparecida, o sto per esserlo, e non riesco a farne a meno. Per sopportare questa mia tortura, amore, ci vuole molta forza, e io la devo cercare. Nei modi più contorti. Sono persino… dio mio… sono persino arrivata a maledirti, pur di sentire ancora un po’ di vita, un brivido… mi hai ingannato, anche tu ti sei preso gioco di me. E io sono caduta nella trappola. Ti pensavo vivo e non pensavo ad altro. E ho vissuto per te, solo per te. Per te mi sono annullata. Anche tu, complice, senza volerlo. Ti pensavo vivo e non facevo altro, ma tu non c’eri, tu non ci sei.
Sto diventando arida, secca. Sto per finire le parole. Sento le cose che dico come se le dicesse un’altra. Cos’è? È un nuovo veleno, un’altra tortura? Sto per raggiungerti, o ti stai allontanando ancora di più?
Ci sei così poco, ormai. Perché non te ne vai del tutto? Te ne devi andare dalla mia vita: non voglio più pensarti, devi sparire, sparire per sempre. Tu non soffri più, tu sei morto. Morto. (pausa) Quanto tempo ci ho messo a dirlo. E quanto mi sembra bello, pensare che di là, da un’altra parte…
 Amore mio, amore mio. Guardami: pazza, anch’io, con las locas. Quelli che le chiamavano così non sapevano quanto avevano ragione. Perché pazzi si diventa, si impara la pazzia, ed è una lunga, estenuante agonia, come quando si sogna di cadere e si cade, si cade, si cade e non ci si schianta mai, ma si va sempre più giù e non finisce, non finisce…
Ora mi vogliono pagare. Per che cosa? Per la tua morte o per la mia? Rimborso. Lo chiamano rimborso. E non mi diranno che sei morto, non lo scriveranno.
Vogliono farmi credere che così faranno giustizia! Con quelli che torturavano e quelli che benedicevano, ancora in giro, per strada? Non ci credo alla giustizia, non ci credo! Io credo alla mia casa vuota e al mio dolore. E non voglio niente, niente…
Anche questo, come gli altri, è solo un gioco di parole. Io ho rinunciato a risolverli. Io non ne ho più voglia. C’è poco tempo, ormai. Ho altri trentamila mariti di cui occuparmi. Ecco la porta. È l’ultima. Quante donne prima di me, e quante dopo… Ma ognuna in questo momento è sola.
Sono Elsa Martina D’Amico. Mio marito Francesco Dinelli è scomparso ventidue anni fa. Il giorno 10 giugno 1978. Di tutte quelle carte che ho firmato.. Di tutte quelle carte che ho firmato... di tutte quelle carte... fate quello che volete, non mi interessa. 
E anzi, visto che è scomparso e potrebbe tornare, se lo vedete ditegli che io lo amo. Se lo vedete.
 

"Cara signora, la ringrazio per le lettere che mi ha inviato. E’ un momento difficile per la Chiesa, impegnata a difendere i suoi valori dagli attacchi che arrivano con sempre maggiore frequenza e durezza. Per questo comprendo il dolore per la scomparsa di suo marito. Le sono vicina con la mia preghiera quotidiana“.
 

“Buenos Aires non finisce mai” è una tragedia contemporanea.

E’ la storia di una donna che ha avuto la vita spezzata da quando suo marito è “desaparecido”.
E’ la storia della solitudine e della paura che da allora hanno dominato la sua esistenza - e del suo tentativo di uscirne.
E’ la storia del suo viaggio dentro la dimensione collettiva del dramma di cui è rimasta vittima (le donne della Plaza de Mayo), per approdare alla consapevolezza del vuoto cui è stata comunque condannata: quello della sua stessa esistenza di donna (negata), di madre (negata), di moglie e di vedova (negata).

Lo spettacolo non celebra eroi, non sventola bandiere, non agita slogan. Ci rende partecipi di una storia vera attraverso gli strumenti semplici e fantastici del teatro: ci accompagna, grazie all’interpretazione di una grande attrice, dentro una realtà (ancora) taciuta, in un susseguirsi di scene volta per volta intime ed epiche, realistiche e poetiche, sognanti e disperate, ingenue e spietate.



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