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B U E N
O S A I R E S
N O
N F I N I S C E M A I
di
Vito
Biolchini e Elio
Turno Arthemalle
tratto
da 'Le
irregolari' di Massimo
Carlotto
Antefatto
1. A1.
Prologo: in casa, funerale
2. B1.
Inizia la procedura per il risarcimento. Presentazione della domanda
3. X1
.Elsa, Francesco, gli amici, il calcio.
4. C1.
Plaza de Mayo. Elsa si ferma a sentire i racconti, per la prima volta
5. A2.
Il circolo Garibaldi. Incontro di Elsa e Francesco
6. A3
Le pratiche per il rimborso. Elsa cerca le prove
7. B2.
Di nuovo all’ufficio, per istruire la pratica
8. Y1.
La telefonata in Italia
9. X2.
I mondiali. La partita. Il calciatore desaparecido.
10. C2.
Le donne raccontano: il sequestro, la tortura
12. C3.
Elsa torna in Plaza de Mayo. Diventa una di loro
13. C4.
Discorso di Elsa in Plaza de Mayo
14. A4.
Elsa torna a casa. E’ sola. Pensa ai figli che non ha avuto
15. B3.
Ultima fase delle pratiche. Elsa risponde alle ultime domande
e scopre che deve firmare la rinuncia a future azioni contro lo stato
16. C5.
Elsa esce dall’ufficio. Torna a parlare con le donne di Plaza de Mayo.
Il ruolo della Chiesa cattolica
17. A5.
Epilogo. La solitudine delle donne di Plaza de Mayo. La rinuncia al risarcimento
Antefatto
Sono Elsa
Martina D’Amico. Mio marito Francesco Dinelli è scomparso ventidue
anni fa, il giorno 10 giugno 1978.
Di tutte
quelle carte che ho firmato... Di tutte quelle carte che ho firmato...
Tutte quelle carte che ho... firmato...
1.
A1.
Prologo:
In casa/funerale
Fra poco
uscirò di casa e tu non ci sarai più.
L’ho
deciso, ho deciso di farlo.
Avrei
dovuto farlo prima, ma avevo paura.
Paura
di pensare, di parlare, paura di uomini in divisa, paura di non essere
creduta.
Quella
paura che tu non avevi, e me lo dicevi sempre: “Non ti preoccupare, non
ti preoccupare… Non ci succederà niente… Bisogna essere forti… Non
ti preoccupare .”
Avevo
ragione io, era giusto, avere paura.E ho paura anche adesso. Ma non degli
altri, ora ho paura…
Ci sono
dei giorni che mi sento ancora il tuo sguardo addosso. Ma poi mi giro e
vedo solo la tua foto dappertutto. Una foto grande, così grande
che i tratti del viso mi catturano e non riesco a vedere altro. Le sopracciglia,
il naso, la bocca… Ma gli occhi no, quelli mai. Vedo solo…
E’ solo
una questione di tempo e di te non resterà più niente.
Lo sai
che non sono mai stata coraggiosa. Non ti chiedo di capirmi. Sono cambiate
troppe cose. Quanto tempo mi rimane?
Un funerale
così non lo ha mai avuto nessuno. Basterà varcare quella
porta e vedere cosa c’è oltre. Sarà il mio modo per dirti
che ti amo, solo continuando ad amarti posso credere di essere
stata amata. Lo sai che ora nessuno ci crede, che nessuno, ancora, ricorda?
Se non
vado ora è come se tu non fossi mai esistito, è come ingrandire
ancora di più quella foto… Il ricordo nel tempo svanisce. E io non
ho più forze.
Ho deciso,
ho deciso di farlo. Ancora un passo e tu tornerai ad esistere. Non più
solo un nome ma una persona vera. Ma per poco, solo per poco. Poi te ne
andrai. Riuscirai a perdonarmi? Non avrei mai pensato che un giorno sarei
stata costretta ad amarti in questo modo.
Scusami.
2.
B1
Inizia
la procedura per il risarcimento. Presentazione della domanda
(Dialogo
con l’impiegato, allo sportello)
Eh? Sì,
sono io. Ah, lo devo dire io. Sì. Lo devo ripetere? Sono Elsa Martina
D’Amico. Di Gennaro e Carmen Garcìa. Nata a Mendoza il 19 marzo
1956, residente in Buenos Aires, Avenida Sarmiento 1394. Stato civile?
Come, “stato civile”? Ah, è per… sì, sì. Coniugata.
Con Francesco Dinelli, nato a Ferrara, Italia, il 30 maggio 1954. No, non
ho figli.
Eh? Sì.
Dichiaro che dal giorno 10 giugno 1978 non ho notizie di mio marito. L’ho
visto per l’ultima volta quella mattina, stava andando a lavorare. In fabbrica.
Lavorava per la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino. No, l’indirizzo
non me lo ricordo. Certo che l’ho cercato. Non è tornato, la sera.
No, non è possibile che sia andato a vedere la partita quella sera…
Certo che gli piaceva il calcio, ma me lo avrebbe detto se…
E allora
ho fatto le telefonate. La fabbrica, la famiglia, gli amici, qualche collega,
quelli del circolo degli italiani. Niente. Allora ho fatto il giro dei
comandi della Policìa Federal e degli ospedali. Niente.
E cosa
dovevo fare? Ho aspettato in piedi, fino a tarda notte: mi sono addormentata
appoggiata al tavolo di cucina. La mattina venne in casa mio fratello.
Era impiegato. In tribunale... Un contabile... Sì, sì...
Eravamo tutti molto spaventati. Mio fratello ci diceva di stare calmi e
chiedeva se per caso Francesco avesse qualche collega d’università
impegnato in politica. Sì, Francesco studiava, non l’ho detto? Lettere,
mancava poco. No, non era impegnato in politica. Non lo escludo, magari
qualche conoscenza occasionale: a quei tempi, nelle università,
di politica se ne faceva. Ho detto che non lo escludo, ma... No, non so
niente.
È
per la domanda… per fare domanda. Per il risarcimento. Mio marito. No,
non è negli elenchi. No, nessuna denuncia. Però avevo scritto
una lettera al nunzio. Cioè, non una, molte. Le vuole vedere? Sì,
nel ’78.
Lo so
che sono passati ventidue anni. Perché non capivo. Perché
era pericoloso.Perché era inutile e uno era già troppo...
Perché no. E comunque non cade in prescriz… Certo, certo. E poi
io sono sola, ho paura. Anche di finire per strada, sa? Non volevo neanche
venirci, qui: la vita non si compra pensavo, mi dicevano. Ma c’è
anche la mia, di vita. Dopo più di vent’anni ho diritto anch’io
a… insomma, un minimo di garanzie, anche economiche…
Sì
certo, aspetti, prendo nota. Certificato di nascita, stato di famiglia,
certificato di… certificato di esistenza in vita? Ah, pure! Certificato
di esistenza in vita, congedo militare, libretto di lavoro, documenti sanitari.
Altro? Sì? Foto una, una sola. Testimonianze? Di cosa? Come “del
fatto che sia realmente esistito”? Lo so che facevano sparire tutto dall’anagrafe,
ho capito. Certo, i familiari, gli amici… ho capito. Adesso lo so.
3.
X1
Elsa,
Francesco, gli amici, il calcio
Chiamate
Eduardo, allora. E Manuel, e Alfredo. Erano sempre con lui. In fabbrica,
all’università, allo stadio. Allo stadio, soprattutto. Poteva essere
l’esame più importante o la rogna più grossa al lavoro: davanti
al calcio spariva tutto. Io li prendevo in giro: “Il vostro tifo é
solo una scusa, per far finta di comprare e vendere giocatori, urlare,
minacciare, una scusa per stare assieme e lasciare a casa le mogli.
Non puoi capire, dicevano. E io ridevo! Gli dicevo che volevano fare gli
intellettuali. Gli intellettuali del calcio… Una volta, per sfida, mi sono
fatta portare alla partita.
I mondiali!
Del resto non si parlava d’altro, da due anni. I mondiali! Mai vista tanta
gente in un colpo solo. Tutti in bianco e celeste. Sembravano in divisa.
E forse lo erano. Decine di migliaia di occhi a guardare giù in
fondo. E in fondo, quegli omini piccoli piccoli. Eh, sì, avevano
ragione loro. E come si fa a resistere? Anch’io urlavo Argentina! Argentina!
(agita un fazzoletto bianco) Come tutti, come una sola voce.
Io non
capivo niente di quello che succedeva giù nel campo, ma urlavo e
abbracciavo anche degli sconosciuti. Argentina! Argentina! Tutti assieme.
Tutto il mondo ci stava guardando e io avevo dimenticato quanto mi facevano
ridere neanche due ore prima Francesco e i suoi amici. Ora ero come loro,
peggio di loro. Argentina! Argentina!
Ed era
bello sapere che i nomi che sentivo sull’autobus, al telegiornale, o dagli
amici di Francesco, appartenevano davvero a qualcuno. E che qualcuno era
giù sul prato, a correre per tutti noi. Guarda, quello è
Kempes, quello è Passarella, quello in fondo è Ardiles, quello
è Galvan... e poi Ortiz ... Galiego... Ubaldo Fillol... Daniel Bertoni
... Juan Morresi
Raul
Garuti... Raquel Remoz... Eduardo Gimenez............................
4.
C1
Plaza
de Mayo. Elsa si ferma a sentire i racconti, per la prima volta
(1) Jorge
Louis Maelo. Maria Laura Vignas.
(2) Carlos
Fernando Gregori, studente di diritto di ventitré anni. Lo videro
per l’ultima volta nel commissariato tra calle Gaona e Boyacà. Era
il 14 settembre 1976.
(3) Hugo
Alejo Zurita, operaio specializzato. Il 26 maggio del ‘78 lo incappucciarono
che lavorava sul tornio. Aveva 24 anni.
(4) Teresa
Israel, avvocato. L’ultima volta è stata vista al campo El Atletico.
“All’inizio
nessuno pensava di marciare. Stavamo sedute sulle panchine di Plaza de
Mayo. Il primo giorno, un sabato, eravamo in quattordici. Il 30 aprile
del 1977. Mio figlio ormai non lo vedevo da una settimana.”
(5) Federico
Gonzales, attore. Di notte cantava Serrat.
“Dopo
ci ritrovammo di venerdì, poi di giovedì. Allora vennero
i poliziotti e ci presero a manganellate. Ci dissero che non potevamo stare
là, ci dissero di andarcene, di camminare. Pensavano che fossimo
stanche. Invece marciare era più semplice. Tutte unite, per sostenerci
a vicenda.”
(6) Maria
Elena sparì il 25 maggio del ’78. Sua sorella Marta era già
stata rapita. Il sei dicembre dell’anno prima era toccato a Raùl.
Del fratello Jorge già non si avevano più notizie.
“Se una
marcia, vuol dire che deve andare da qualche parte. Ma noi marciamo in
tondo perché da qui non ce ne vogliamo andare. E loro lo sanno.
Sanno tutto. La vedi questa foto? Gli ho giurato che da qui non me ne vado
finché non ho giustizia. E la tua foto dov’è?”
(7) Margarita
Leticia Oliva venne prelevata nel suo appartamento. Al marito dissero che
si trattava di un semplice controllo.
“Io adesso
porto il fazzoletto, ma una volta era un pannolino. Ce li hanno presi che
erano ancora dei bambini. Glielo urlo da sempre, a quei giovani in divisa
e col fucile. Anche mio figlio era così bello quando gli misero
un cappuccio in testa.
Pensavano
di metterci paura chiedendoci i documenti. Maltrattarono due madri, le
più vecchie. Strapparono le borsette e le gettarono a terra. Alla
fine eravamo in trecento ad assediare il commissariato. Tutte con i documenti
in mano, “ siamo pronte a farci arrestare.”
(8) La
madre di Norma Blanca Tomasella non riuscì a ricostruire il giorno,
l’ora e il luogo del sequestro della figlia. Si convinse che se la presero
tra la fine del ’77 e i primi mesi del ’78.
“Per
fermare un doberman devi usare un giornale arrotolato e metterglielo in
bocca prima che ti azzanni. E se usano gli idranti? E se lanciano un lacrimogeno,
lo sai come si fa? Non sei mai stata qui. E anche gli amici dei nostri
figli, dove sono? Non c’è più nessuno. E i figli dei nostri
figli? Oggi avrebbero l’età di quel tenentino… Quello là
in fondo: quello che un giorno dispose le truppe contro di noi. Volevano
farci paura… “Caricate!” Restammo immobili, non se ne mosse una. “Puntate!”
Altre madri si aggiunsero, ci prendemmo per mano. E quando quello ripeté:
puntate! Allora noi, tutte assieme gridammo “Fuocoooo!” “
Dove
sono stata in tutto questo tempo?
5.
A2
Il
circolo Garibaldi. Incontro di Elsa e Francesco
Viva l’Italia.
Viva l’Italia. A caratteri cubitali. Sotto, una cartina senza isole. Di
fianco, la bandiera, una foto turistica di Napoli, un ritratto di Garibaldi.
Il circolo portava il suo nome. E tu stavi lì. A giocare a carte
e a fumare. Avevi uno sguardo diverso, e per questomi sono innamorata subito
di te.
Mi bastò
per sposarti dopo tre mesi. In chiesa mi baciasti prima che il prete te
lo chiedesse. Avevi sempre fretta. Come se il tempo non fosse mai
abbastanza. E anche la domenica, subito in fuga dalla città... A
volte, durante la settimana, non volevi neanche tornare a casa, venivo
io in auto a prenderti ai cancelli della fabbrica, per scappare, fuggire.
Ti piaceva la campagna. Dicevi di essere esperto, che avevi il sangue di
tuo nonno contadino. Ma un giorno mangiammo certi frutti selvatici dal
sapore terribile, e finimmo tutti e due all’ospedale. Tu esperto, ormai
solo di saldatrici e torni, alla catena di montaggio.
No, di
politica non parlavi mai. Mi raccontavi del sindacato ogni tanto. Il calcio,
quello ti piaceva! E quell’anno lo aspettasti come un bambino aspetta il
compleanno. 1978. Tu e gli altri italiani. Perché allora eravamo
ancora italiani.
Ti piaceva
la campagna, ma anche gli oggetti: quando potevi compravi, compravi tutto.
Dicevi che lo facevi per me, ma non era vero. Ti piaceva toccarli, accarezzarli.
Finalmente potevi permetterti qualcosa. Ma niente di lussuoso, no. Un vaso
di ceramica preso al mercatino di San Telmo, un attaccapanni in noce, un
divano comprato a rate da un tuo amico che aveva bisogno di soldi. “Ti
piace?”. Ma non piaceva neanche a te!
Ed ora
sono ancora lì, mi guardano gli oggetti. Ma non li riconosco più.
Come questa città. La sentivo mia, sconfinata, ma mia, senza paure,
amica, vicina… Adesso mi è indifferente. Il mio mondo sta tutto
qua. In questo silenzio. Un silenzio che è sempre lo stesso. Immutabile,
infinito. Lo stesso silenzio di allora. Mio, solo mio!
E se
tornassero adesso, così, senza motivo? Cosa farei adesso?
6.
A3
Le
pratiche per il rimborso. Elsa cerca le prove.
Dimostrare
che sei esistito. Con cosa? La foto, il libretto universitario, il ritaglio
di quella volta che il giornale ti aveva nominato, e basta. Ecco qua. Questo
è mio marito.
Leggetemele
in faccia, le prove della sua esistenza. No, non della sua esistenza, leggetemi
le prove della sua…
Come
faccio a spiegartelo? Desaparicìon non vuol dire scomparsa. Cioè,
vuol dire scomparsa… ma vuol dire che se lui era qui e adesso non c’è
più, non è che non è qui perché è da
un’altra parte. Perchè se fosse da un’altra parte, potrei andarlo
a cercare. Ma invece non posso andarlo a cercare. Allora è morto?
No, è desaparecido. Allora è vivo? No, è desaparecido.
Non siete
né vivi né morti. Non esiste un luogo dove vi hanno messi
a stare insieme. Non vi si può raggiungere. Nemmeno morendo. Ed
è pericoloso perfino nominarvi.
Per il
nostro bene, amore mio, ti vorrei pensare morto. Ma, come faccio a spiegartelo?
Mi chiedono di dimostrare che tu sei stato vivo. Ah certo, in questo modo
potrebbero ammettere di averti ucciso. Ma no, non mi diranno mai: lei è
vedova. Mi diranno moglie. Moglie di desaparecido. Eh sì, sono rimasti
gli stessi, amano ancora i ragionamenti contorti, i rebus che ti si piantano
nel cervello e non ti lasciano pensare.
Non solo
ti hanno fatto sparire, no! Hanno agito su quelli che sono rimasti. Ci
sono entrati in gola e hanno cambiato il significato delle parole, ché
una vale l’altra, sembra. Ci sono entrati in testa e ci hanno costretto
a perderci con i loro contorsionismi.
Come
faccio a spiegartelo? Hai mai visto un’alluvione? Tutto ciò che
ti era familiare viene coperto e prende lo stesso colore, e ogni tanto
affiora un pezzo di qualcosa che ti ricorda pezzi di altre cose. Perché
tutto è andato in frantumi, e puoi solo andartene o costruire muri
diversi, strade diverse, case diverse.
E molti,
come me, sono rimasti immobili, a cercare di risolvere il gioco di contraddizioni.
È
un’abitudine argentina. Fissare lo specchio pensando che la vita sia lì
dentro.
E quei
pochi che volevano rompere gli specchi io li ho visti sparire, e vedevo
comandare quelli che continuavano a fabbricarli.
Giochi
raffinatissimi. Degni del grande visionario cieco! Il mondo impazziva per
Lo Scrittore. Funes o della memoria. L’uomo che ricorda tutto, le cose
utili come quelle inutili. Quante gocce d’acqua caddero quel giorno, in
quel luogo, quel minuto? Ricordare, per lui, il “poeta”, era una
sottigliezza intellettuale. Se ne rallegrava, lui, a pranzo con i generali.
Per me
è stata una guerra. Io faccio fatica a ricordarmi il tuo volto...
7.
B2
Di
nuovo all’ufficio, per istruire la pratica.
Mio fratello
mi sconsigliò di fare denuncia. Mi disse di andare in fabbrica,
che forse lì sapevano. Allora cercai un dirigente, uno del suo settore,
uno di quelli che Francesco nominava sempre. Un duro, era italiano, un
italiano che era qui da poco.
No, mai.
Lo aspettai fuori dai cancelli per una settimana, ma non riuscii mai a
bloccarlo. Come mi vedeva, accelerava il passo e scompariva. Come si chiamava…
aspetta… fa niente...
Però
mi ero ricordata il nome di un altro, un amico di Francesco che faceva
sindacato: Antonio. Ai cancelli blocco uno e gli dico “Dov’è Antonio
del sindacato?”. “Antonio? Di che Antonio stai parlando? No, no no. Qui
non c’è più un Antonio che fa sindacato”. Eppure mi ricordavo
bene, c’era un Antonio che faceva sindacato nello stesso settore di mio
marito, ne sono sicura. Francesco...
La lettera
al Nunzio? Sì, anche lui era italiano. Per quello l’ho mandata a
lui.
No, non
solo una. Molte. Dicevano che era amico del generale Massera, che ci giocava
addirittura a tennis ogni settimana. A tennis! Non ci ho mai creduto, un
nunzio che gioca a tennis! Che scemenza! Voi ve lo immaginate?(ride)
Ah sì,
aspetti… questo è importante, vero? Sì che ce l’ho! L’ho
chiesto al consolato. No, all’ambasciata meglio di no. Perché mi
avevano detto che, allora, molte avevano fatto la domanda anche otto volte
all’ambasciata. La domanda si perdeva, oppure tornava indietro con il nome
sbagliato. Oppure, quando arrivava, a riceverla non c’era più nessuno…
Tornare
in Italia?… e come avrei potuto? E per fare cosa? Dopo tanti anni… Sì,
una volta andavamo anche noi a vedere le navi italiane al porto di Boca.
Passavamo lì la domenica pomeriggio. Ora neanche lo parlo più
l’italiano. L’ultima volta che l’ho fatto è stato quando ho telefonato
ai parenti di Francesco in Italia. Da una cabina - avevo paura di usare
il teelefono di casa... Mi avevano detto che forse l’azienda da lì
poteva sapere e forse intervenire. Pare che qualche moglie lo avesse già
fatto… Giugno ‘78… Era sparito da dieci giorni, e io non sapevo cosa fare.
8.
Y1
La
telefonata in Italia
…sì,
Pablito vuol dire Paoletto, sì. Passami tua madre per favore. Certo,
anche Paolino va bene. Mi passi mamma? (perdendo la pazienza) Ho capito
che si chiama come te, sì... e anche tu fai tanti goal. Passami
tua madre!
Chiara,
sono Elsa. Senti, non posso parlare per troppo tempo, chiamo da una cabina.
Hai notizie di Francesco? Certo che dovrebbe essere qui. E’ sparito da
venti giorni. Aspetta, ferma, dove…? Ma lascialo piangere, Paolino. Chiara,
finisco i gett…(Lunga pausa)
Chiara?
Sei lì? Dov’eri finita?. Non me ne frega niente se il bambino è
tifoso. Chiara, credo che abbiano fatto sparire tuo fratello. Come, chi?
Senti, passami tuo marito. Ah... E a che ora finisce la partita? A che
ora finisce? Qui sono le tre. Di pomeriggio! Secondo te esco alle tre di
notte per telefonare da una cabina? Perché in casa è pericoloso.
Macché tifosi, ascolta! È importante: dovete andare alla
Fiat. Sì, alla Fiat. Dovete chiedere…
Chiara,
per favore! Hai capito di cosa sto parlando? Hai capito che forse hanno
ammazzato tuo fratello? E che forse faranno sparire anche me? Tutti? (pausa)
Chiara, ci sei? Non hai capito? Sì, certo, la linea…
Ma è
naturale che sia agitata! Cerca di capire, ti supplico. Non scherzo. No,
non sto esagerando. Problemi tra noi? Problemi tra noi? Tra me e Francesco?!
Chiara, qui sparisce gente tutti i giorni, i suoi amici sono già
tutti… Cosa vuol dire, “tornerà quando gli passa”? Cristo, ma...
ma tu non... Ma cosa vi stanno raccontando? Che notizie vi arrivano? (Pausa)
Ah. Sì.
Sì. Certo. Certo. No, non credo che richiamerò più
tardi. Salutalo tu tuo marito. Certo, quando Francesco torna a casa vi
faccio chiamare. Sì, così vi tranquillizzate. Va bene. Sì,
un bacio anche a Paolino, sì. Quanti anni ha, adesso?
9.
X2
I
mondiali. La partita. Il calciatore desaparecido.
Era la
seconda partita della mia vita. Con Francesco, Eduardo e Manuel andammo
a prendere Alfredo, a casa sua. Anche lui voleva trasformare sua moglie
in una tifosa. Ma Rosalia odiava il calcio, odiava i mondiali, odiava l’Argentina.
L’anno
prima era sparito suo fratello. E adesso Alfredo era lì, con la
sua tenuta bianco celeste. Non poteva detestarlo, perché era buono,
non poteva disprezzarlo perché non era mai stato bugiardo. Semplicemente,
da quel giorno, il giorno in cui si erano presi suo fratello, lei aveva
smesso di amarlo. Ai suoi occhi non era più ne coraggioso né
vigliacco. Era come tutti gli altri.
E Rosalia
disse solo che allo stadio non sarebbe venuta. Noi sentimmo le urla di
Alfredo. “Ancora? Anche oggi? Sempre? Lo so cosa pensi, lo so. Ma cosa
c’entra il calcio con la politica!”.
Il calcio
con la politica...
Dentro
lo stadio volavano milioni di coriandoli.
L’Argentina
avrebbe vinto, bisognava ridere e festeggiare. Kempes sarebbe stato il
nostro Simon Bolivar.
“Oggi
lo fanno giocare! Oggi lo fanno giocare!” Juan Morresi, 24 anni: la grande
speranza del River Plate. Il preferito di Francesco e degli amici. La prima
partita in nazionale. Alfredo ne era fiero. L’aveva previsto anni prima.
Ma Juan
Morresi, quel giorno non c’era. Non era nemmeno in panchina. “Un infortunio,
avrà avuto un infortunio...” Un infortunio! Qualcuno sussurrava
che avesse amici nella gioventù peronista. L’infortunio doveva essere
molto grave, tanto che Morresi non poté neanche assistere alla storica
vittoria dell’Argentina ai mondiali, e applaudire il generale Videla, coperto
di medaglie, che consegnava la coppa del mondo a Kempes, il nostro Simon
Bolivar.
Fu davvero
un brutto infortunio, quello di Juan Morresi...
E oggi
la sua foto in maglia e calzoncini è al collo di sua madre, in Plaza
de Mayo.
10.
C2
Il
sequestro, la tortura.
1. Quando
arrivano non fanno domande. Le loro facce le vedi, i loro occhi li vedi.
Poi, non più. Cappuccio, manette, pugni, calci... Dentro un camioncino.
Al campo diventi una sigla: una lettera e due cifre. Subito nudi, incatenati
a un tavolo. Luci al neon, corridoi, stanze piccole. Devi parlare. Sempre,
a lungo, dire tutto quello che sai, ma soprattutto quello che non sai.
Devi parlare. Non pensare di resistere. Sono esperti, molto esperti. Corso
di addestramento di lotta antisovversiva, base americana di Fort Gulik,
Panama. Devi parlare. Se non hai il cianuro spera di morire. Li farai arrabbiare,
morendo. Ma non sarà facile, c’è un medico con loro. E anche
un prete. Ma non è lì per te. Tu devi solo parlare.
2. Dimenticati
la casa. Qualcuno dei tuoi la cederà a un militare con l’illusione
di riportarti indietro. Anche i mobili, gli elettrodomestici, tutto. E’
solo una razzia.
3. Dipende
da dove capiti: Club Atletico, Garaje Azopardo, Automotores Orletti, El
Banco... ma alla picana non puoi sfuggire. Elettrodi su tutto il corpo,
scosse di tre secondi, ogni tre secondi, per tre ore.
4. Finte
fucilazioni. Finti avvelenamenti. Morsi di cani addestrati. Ossa spezzate.
Unghie strappate. Iniezioni di pentotal. El Submarino: la testa infilata
in un bidone di urina e escrementi. El Cubo: immersioni alternate in vasche
di acqua ghiacciata e bollente, le piaghe spalmate di escrementi perché
si infettino.
5. La
fine è sempre di mercoledì. Lanci dagli aerei nell’oceano,
legati a gruppi di trenta e fatti saltare in aria con la dinamite, dati
in pasto ai maiali, bruciati in fosse profonde, sparsi in fosse comuni.
Niente da cercare, niente da trovare. Desaparecidos... Sono esperti, molto
esperti. Meglio della Germania di Hitler.
6. Spera
di non avere figli, o li vedrai lì con te, e loro ti vedranno...
Tortureranno loro per ricattare te, per far tornare la memoria anche a
chi non l’ha mai avuta.
7. Quelli
fatti nascere nei campi, vengono dati come figli ai militari.
11.
Y2
Storia
del soldato Pablo
Si chiamava
Pablo Miguez, aveva nove anni ed un mestiere. Quella sera era rimasto immobile,
seduto a quella tavola dove il padre era stato preso per primo. Poi toccò
alla madre. Ma fu risparmiata, quella sera. Non uccidevano le donne incinta,
avevano il senso degli affari.
Aveva
nove anni, Pablo, e ne ebbe dieci, e undici e dodici. E aveva un mestiere:
soldato. Lo assunsero immediatamente al Campo de Mayo [Club Atletico].
Gli interrogatori cominciavano presto, la mattina. Il soldato Pablo stava
nello stanzino a fianco e li sentiva urlare: “Di là c’è tuo
figlio, o ti decidi a parlare o continuiamo con lui”.
All’inizio
non ci credevano mai. Ma dopo un’ora, due ore di urla, cedevano tutti.
Perché le urla di Pablo erano molto convincenti... Dopo pochi giorni
era già irriconoscibile: tagli, bruciature, scosse elettriche… Ma
fu fortunato, Pablo: non potevano andare troppo a fondo. Serviva vivo.
E fu
Emiliano, Julio, Alfredo, Jorge… persino bambine. Uno strillo è
uno strillo, in fondo. E Pablo era un bravo soldato: non protestava mai.
Il colonnello Endrich lo citava ad esempio. E, non avendo figli, cominciò
a volergli bene.
Dopo
qualche mese se lo portò persino a casa. Una nuova famiglia, una
famiglia vera, ma con volti sempre uguali. Di mattina il colonnello Endrich
lo seviziava, di sera lo coccolava. Nonno Endrich!
Alle
otto la cena, poi a letto. Il mattino dopo si ricominciava daccapo.
Il soldato
Pablo passò tre anni a fare il finto figlio la mattina e il nipote
il pomeriggio, finché non venne ordinato di smantellare il Campo
de Mayo [Club Atletico]. Venne detto al colonnello Endrich che il ragazzo
doveva andare a riabbracciare i suoi genitori, ma non sapeva come fare,
il colonnello: a Pablo ci si era affezionato! Così nonno Endrich,
il colonnello, prese il ragazzo, che aveva appena compiuto dodici anni
e lo affidò a una squadra di “zii” dicendogli che sarebbe tornato
a prenderlo l’indomani.
Ma gli
“zii” spiegarono a Pablo che a loro era rimasto molto, molto lavoro arretrato,
un bella lista di persone da interrogare. E così, il ragazzo passò
altri sei mesi a fare il suo lavoro: mattina, sera e... notte – senza nonno
Endrich!
Un giorno,
uno “zio” che Pablo non aveva mai visto prima, gli disse che era arrivato
il momento di tornare dai suoi veri genitori. La famiglia doveva essere
riunita. La democrazia stava tornando. E fu così che Pablo potè
riabbracciare il padre e la madre.
E fu
affare di un minuto.
12.
C3
Elsa
torna in Plaza de Mayo. Diventa una di loro
“Cerco
mio nipote Luis. E’ nato in un campo, lo so per certo. Cerco mia figlia,
era al sesto mese quando la presero. L’anno scorso siamo riusciti a scoprire
la fossa clandestina dove l’avevano sotterrata. Cerco mio fratello: l’hanno
preso vivo e vivo lo devono restituire.”
Marciare,
marciare in tondo. Non l’avrei mai creduto. Anch’io con le donne di Plaza
de Mayo. Alcune si dicono Madri, alcune si dicono Nonne. Altre si dicono
figlie del figlio scomparso. Quanti anni abbiamo? Quanti ce ne restano?
“Mio
figlio mi ha insegnato a guardare il mondo. Prima ero una casalinga impaurita,
ora sono una rivoluzionaria.Io non voglio né lapidi, né mucchietti
d’ossa. Una bara non ci riesce, a rinchiudere un rivoluzionario.”
Marciare,
marciare in tondo. Ogni tanto, un turista scatta una foto. È vero,
siamo caratteristiche. Da questa parte le Madri e le Nonne, in fondo i
mariti, le mogli, i parenti, e più in là i figli. Sono nati
tutti nello stesso anno in cui fu fatto sparire qualcuno. Le madri cercano
i figli, le nonne i bambini rapiti o nati in prigionia e poi affidati ai
militari o venduti. I Figli cercano, cercano…
“Mi hanno
strappato alla mia età, non posso diventare vecchia, mi hanno negato
questo diritto. Se mi riposo uccido mio figlio.”
Marciare,
marciare in tondo. Non pensavo che sarei mai riuscita ad avvicinarmi e
a parlare con voi. All’inizio, anch’io vi chiamavo las locas. Eravate pazze
per tutti. “I nostri figli sono stati rapiti dallo stato”.” Dallo stato!
E per farne che?” E lo stato rispondeva che erano spariti come si è
sempre spariti. Per debiti, per moda, per corna...
“Io non
mi posso fermare. E’ pesante continuare a vivere lottando. Ma io non mi
posso fermare. Voglio la vita dei miei tre figli. Voglio che tutti sappiano
chi li ha fatti sparire.”
(ride)
Circolavano anche delle barzellette su di voi che vi mettevate il pannolino
in testa. Ne ridevamo anche con Francesco. Ma quando se lo presero smetteste
di farmi ridere... iniziai ad avere paura di voi. Non avevo il vostro coraggio.
La mia storia era solo mia. Solo quella riuscivo a raccontare,
solo la mia. La mia storia non era uguale a tutte le altre. No. Non riuscivo
a sopportarlo, non potevo…
“Hanno
fissato il prezzo, il prezzo del sangue. Ti pagano il silenzio. E con quei
soldi cosa ci compri, eh? Noi soldi non ne vogliamo, vogliamo la verità.”
Marciare,
marciare in tondo...
13.
C4
Discorso
di Elsa in Plaza de Mayo
? Mi sentite?
Mi sentite tutti? Non è la prima volta che ascoltate queste cose.
Non è la prima volta che venite qui. Ma ci sono domande che noi
continueremo a fare, sempre. Domande senza risposta ed altre senza verità.
Dico
anche a voi, lì in fondo. Voi, che ancora con le stesse divise,
ora venite a parlarci di democrazia.
? Che
bisogno c’era, che bisogno c’era di sterminare un’intera generazione?
Trentamila
desaparecidos, quindicimila fucilati, novemila detenuti politici, un milione
e mezzo di esiliati. Che bisogno c’era?
? Quale
ideologia permette a un militare di seviziare un innocente in una cella,
con al muro appese le immagini di Hitler e della Vergine Maria?
? Voi
volevate annientare ogni opposizione, ogni dissenso, per sempre, e senza
lasciare tracce. E qui, in Argentina, sotto gli occhi complici dei governi
del mondo, si è sperimentata una nuova forma di repressione alla
quale è impossibile opporsi.
? A queste
domande non chiediamo risposte, perché le abbiamo già.
La verità la pretendiamo per altre cose. Voi ora falsificate
l’identità per falsificare la memoria. Voi che torturavate i nostri
figli perché ricordassero, ora ci tormentate perché volete
farci dimenticare. Ma noi non dimenticheremo.
Noi non
vogliamo le liste dei morti, noi vogliamo le liste degli assassini.
La nostra
voce vi perseguiterà per sempre, perché non è più
solo la nostra voce, è anche la voce di quelli che avete ucciso.
Le nostre voci vi perseguiteranno per sempre.
14.
A4
Elsa
torna a casa. È sola. Pensa ai figli che non ha avuto
Rosario,
Daniel, Osvaldo... Graciela, Alicia, Rosa... Caytano, Marcelo, Miguel...
Carmelo,
Antonio, Luis... Isabel, Letizia, Clarita... Carlos, Jorge, Abel.
Per te
sarebbe stata femmina. Allora l’avremmo chiamata Anna. Come tua madre.
Oppure Laurita, Maria, Estela. E’ da tempo che non ci penso più.
Nostra
figlia non è mai arrivata. Non c’è. Ma essere assenti non
è come scomparire. Vuol dire stare fuori dai pensieri, e tornarci
quando il dolore è più forte. Scomparire vuol dire creare
l’attesa di un ritorno, uno qualunque. Un’assenza non genera illusioni
ma solo rimorsi. E paure.
In attesa
di darti vita, mi avrebbero presa, come tutte. Anch’io rapita, legata in
una cella e dopo il parto?... Cinque ore con te, poi: soppressa. E tu?
Figlia di altri, con un altro nome e un altro futuro.
Lo ha
detto anche il giudice: «I figli dei terroristi sono figli di assassini.
E per questo stanno bene dove stanno».
Ma tu
hai preferito non nascere. Hai preferito salvarmi, lasciarmi vivere. Sei
stata tu a partorirmi, e io non lo sapevo.
La vita
è dentro uno specchio e io guardo. E vedo lui ancora vivo, e vedo
me che parlo e lotto: lo devo a te, figlia mia.
Per me
sarebbe stato maschio. Allora l’avremmo chiamato Guido, come mio padre,
oppure Miguel, Antonio, Luis.
Essere
assenti non è come scomparire. Un figlio maschio: una paura fra
tante.
Un figlio.
Scomparso, ma vivo. Ormai grande, da qualche parte; forse anche lui rapito,
nascosto.
Me lo
immagino alto, forte, anche bello.
A chi
assomiglierebbe? Al padre, anche lui in fabbrica e allo stadio la domenica.
Oppure irriconoscibile, in uniforme, severo, duro,. Un militare. Anche
lui oggi in piazza a minacciare chi cerca la verità...
Rosario,
Daniel, Osvaldo... Graciela, Alicia, Rosa... Caytano, Marcelo, Miguel...
Carmelo, Antonio, Luis... Isabel, Letizia, Clarita... Carlos, Jorge, Abel...
15.
B3
Ultima
fase delle pratiche.
Elsa
risponde alle ultime domande
e
scopre che deve firmare la rinuncia a future azioni contro lo stato
Perché
avevo paura. Ero sola, mio fratello mi aveva proibito di parlarne in giro,
diceva che poteva passarci anche lui, che da quando mi ero messa a fare
domande gli erano arrivate strane telefonate nel cuore della notte… Eppoi
l’avevo capito: erano troppi a sparire, non poteva più essere un
caso.
Mio fratello
mi passò ogni mese qualcosa. Anche se non gli ho mai chiesto nulla.
Forse si sentiva in colpa. Poca roba, però bastava. Poi è
stato trasferito e allora mi sono dovuta arrangiare. All’inizio è
arrivato qualcosa anche dall’Italia, gliel’ho detto che quella è
stata l’ultima telefonata. Evidentemente l’hanno saputo. Forse dalla fabbrica.
Ma è durato poco: un anno, circa, poi nulla.
Le ho
detto che mi sono arrangiata, non mi chieda altro. Non sarei qui, adesso.
Sa di quante cose mi sono dovuta privare? Eppoi ci spettano, no? Se ce
li date, questi soldi, vuol dire che ci spettano. Noi non abbiamo rubato
nulla a nessuno.
I documenti
sono a posto? Non manca niente? È stato difficile, sa. Parlare di
certe cose fa ancora paura. Prima ti dicono di sì, poi ci ripensano…
Sa cosa
pensavo venendo qui? “Con questi soldi mi piacerebbe far sapere a tutti
la verità”. Perché io so i nomi, so cosa fanno ora, so perché
sono stati coperti… Eppure spenderei tutti i duecentomila pesos soltanto
perché lo dicessero, magari in televisione, sui giornali: perché
io lo possa urlare. Perché tutto finisca e mi riposi anch’io.
Cosa
cambierebbe? No. Non mi riposerei. Mi fermerei soltanto, come una che,
anche se non la picchiano più, è talmente a pezzi che sta
lì, buttata in un angolo, a respirare piano, con gli occhi chiusi.
Figuriamoci,
tutta questa fatica per vedere scritto su un pezzo di carta quello che
so già.
No. Io
devo dimenticare. Se il mondo è andato avanti fino ad ora è
perché sa dimenticare. Se no con tutto questo dolore, tutto questo…
queste… sarebbe finito tutto chissà da quando. Con questi soldi
compro l’assenza di ricordo, compro il vuoto.
Sì
sì, ho letto tutto. Dove devo firmare? Ma sì, accetto, accetto
le condizioni, cosa vuole che… La rinuncia? Che rinuncia? Cioè?
Per sempre? Ma cosa…?
Ancora?
Ancora? Non finisce mai…
Mi faccia
capire. Se io accetto i soldi, rinuncio da adesso e per sempre alla possibilità
di intentare un’azione contro lo stato per la scomparsa di mio marito?
È così? Non potrò mai, mai sperare di vedere punito
nessuno? Mai? Con una firma? E magari li conoscerò di persona, li
dovrò vedere mentre… senza poter... mi state chiedendo questo?
Duecentomila
pesos …
Posso
prendere una boccata d’aria, là fuori?
16.
C5
Elsa
torna a parlare con le donne di Plaza de Mayo. Il ruolo della Chiesa
Non lo
sapevi che sarebbe finita così...
Non lo
sapevi che sarebbe finita così?
Non lo
sapevi che sarebbe finita così...
Cosa
credevi? Cosa credevi... Che veramente ci sia giustizia in Argentina?
Cosa
credevi noi marciamo...
Noi marciamo,
ma marciamo in tondo.
Noi marciamo
in tondo, non dimenticarlo mai...
Non dimenticarlo
mai. Chi marcia in tondo non va da nessuna parte. ...Rimane qui...
Rimane
qui. Ogni giovedì, qui, da ventitré anni ...ventitré
anni... in Plaza de Mayo. Siamo qui per lottare. ...Non per vincere...
Non per vincere. ... Non per vincere
Ci hanno
rubato tutto. Li torturavano perché ricordassero, ...ci hanno rubato
tutto... ci tormentano perché dimentichiamo. Non farlo, rifiuta,
salva almeno la dignità.
...ci
hanno rubato tutto...
Speravi
nella giustizia, speravi nella democrazia… Non vergognarti... Non vergognarti
...Ogni scelta che farai sarà quella giusta. Anche noi siamo divise.
Ci hanno ridotto in miseria... ci hanno ridotto in miseria... Anch’io vorrei
avere il coraggio di mio figlio... Dire di no sempre... Dire di no, sempre,
lottare… dire di no, lottare...
Almeno
tu non lo hai visto sparire. Quando hanno portato via mia figlia ero lì,
li ho visti in faccia. Mi sono fatta il segno della croce. Fu il mio modo
per dirle addio... il segno della croce...
Anche
tu hai scritto al Nunzio, vero? ...anche tu hai scritto al Nunzio... Quello
italiano, il cardinale. ...anche tu... I religiosi, quelli veri c’erano...
C’erano, ma sono con i nostri figli... Ma sono con i nostri figli, ora.
Ve li ricordate i padri Pallottini? ...Ve li ricordate?... Uccisi a raffiche
di mitra nella chiesa di San Patrizio...ve li ricordate... E le suore?
Che ancora ridono, gli assassini che le hanno lanciate dall’aereo, le chiamavano
“Lo squadrone delle monache volanti”?...Lo squadrone delle monache volanti...
Dillo
ai tuoi parenti, in Italia. Diglielo chi è, monsignor Tortolo, vicario
delle forze armate, che chiamava crociati i golpisti, e diceva che impugnavano
la spada contro il virus della sovversione... Lo squadrone delle monache
volanti... Fai i nomi, falli tutti: monsignor Plaza, Vescovo di La
Plata: per lui fino a sette ore di tortura non si commetteva peccato; non
ci credi?
...Non
ci credi?...
Lo sai
che monsignor Plaza aveva aperto un ufficio per aiutare i familiari nelle
ricerche degli scomparsi? Aveva messo una persona di fiducia, di sua fiducia.
...non ci credi?... Grazie alle confidenze estorte ai disperati che parlarono
con lui furono sequestrati a centinaia. ...non ci credi?. E
così hanno ucciso anche monsignor Angelelli, che si opponeva alla
dittatura.
Diglielo
ai tuoi parenti...
Diglielo,
ai tuoi parenti. ...Diglielo ai tuoi parenti...E fai soprattutto il nome
del Nunzio apostolico negli anni della dittatura. ..diglielo... Tre
mesi dopo il golpe, in un’omelia, giustificò il ricorso alla violenza
citando San Tommaso. Sapeva tutto. ...diglielo ai tuoi parenti... E i cappellani
militari che seguivano spiritualmente i torturatori garantivano il silenzio
sulle esecuzioni, le torture e gli stupri a cui assistevano. ...diglielo...
Con le confessioni dei detenuti passavano informazioni all’esercito. ...Diglielo.
Impunità,
questo è il paese dell’impunità. Il nunzio è stato
accusato da ex sequestrati, da religiosi e da militari. ...Impunità...
Sai cos’è oggi? E’ cardinale. ...Lo sai?... Responsabile mondiale
del Vaticano per l’educazione dei giovani. ...Lo sai?... Potrebbe diventare
papa.
Non sgranare
gli occhi. Ci abbiamo messo anni a far pronunziare al santo padre la parola
“desaparecido”, ...anni ci abbiamo messo... e quando fummo ricevute ci
disse che la chiesa aveva già fatto tutto quello che poteva fare.
....anni.... Poi diede a ognuna una croce... “Un’altra croce…” ...un’altra
croce...
La chiesa
cattolica è stata l’unica madre... l’unica madre... che non
ha chiesto giustizia per i suoi figli... l’unica madre...
Anch’io
avevo scritto al Nunzio. Non una, ma molte lettere. E alla fine mi aveva
anche risposto: “Cara signora, la ringrazio per le lettere che mi ha inviato.
E’ un momento difficile per la Chiesa, impegnata a difendere i suoi valori
dagli attacchi che arrivano con sempre maggiore frequenza e durezza. Per
questo comprendo il dolore per la scomparsa di suo marito. Le sono vicina
con la mia preghiera quotidiana“. E dentro la busta c’era anche un rosario.
Questo.
17.
A5
Epilogo.
La solitudine delle donne di Plaza de Mayo. La rinuncia al risarcimento
Amore,
amore mio. Non c’è qualcuno anche solo uno, una volta, che riesca
a raccontare la morte con gli occhi di chi resta? Che riesca a dire, con
parole migliori delle mie, più belle, più forti, che quando
uno va… quando uno parte, non muore. No. Passa la morte a chi non parte.
Gli mette il vestito della morte, e tutti pensano che sia vivo. Non c’è
nessuno che lo sappia dire? Tu non lo sai cos’è diventata la nostra
casa. Si dice sempre che una casa diventa vuota, quando qualcuno va via.
Ma non è così. È troppo piena, è una specie
di mostro che ti stritola, che ti risucchia da ogni angolo. Da una stanza
all’altra, dal dondolo al tavolo, dal tavolo alla finestra, fino alla tua
foto. Sempre lì, sempre lì. Tu guardi ma non vedi. Non vedi,
non vedresti neanche se fossi qui con me. Non mi vedresti più. Anch’io
sono desaparecida, o sto per diventarlo.
Nessuno
sa il silenzio che c’è ancora nella mia casa. Un silenzio assoluto,
tremendo, che nessuno potrà mai riempire. I tuoi oggetti sono lì,
non hanno più vita. Sono inutili, come questi anni passati senza
di te.
Quanto
tempo mi rimane? Forse meno di quello che ho passato ad aspettarti.
Ma la
cosa più crudele… La cosa più crudele è che... La
mattina esco, piena di rabbia, e vedo le altre, le madri, le nonne e con
loro urliamo, facciamo, organizziamo. Tutta questa fatica marciare in tondo,
tutti i giovedì di una vita inutilmente lunga, lunga… E alla fine
cosa cambia? La sera, quando torno, trovo la casa ad aspettarmi. E’ viva,
piena di occhi… c’è qualcosa, qualcuno nascosto nei muri. E gli
angoli… non riesco a passarci vicino, è come… ci sono mani che cercano
di afferrarmi, di portarmi via… E sono sola, sola, sola. Ho paura persino
di respirare, ho paura di cose assurde, come faccio a spiegartelo? Qui
sta la crudeltà. Sai quante volte ho pensato che bastava poco per
finire questo supplizio quotidiano? Ma non è possibile. Non riesco
a strapparmi da questo… come chiamarlo? Come posso chiamarla vita, la mia?
Come posso chiamarla morte?
Sono
desaparecida, o sto per esserlo, e non riesco a farne a meno. Per sopportare
questa mia tortura, amore, ci vuole molta forza, e io la devo cercare.
Nei modi più contorti. Sono persino… dio mio… sono persino arrivata
a maledirti, pur di sentire ancora un po’ di vita, un brivido… mi hai ingannato,
anche tu ti sei preso gioco di me. E io sono caduta nella trappola. Ti
pensavo vivo e non pensavo ad altro. E ho vissuto per te, solo per te.
Per te mi sono annullata. Anche tu, complice, senza volerlo. Ti pensavo
vivo e non facevo altro, ma tu non c’eri, tu non ci sei.
Sto diventando
arida, secca. Sto per finire le parole. Sento le cose che dico come se
le dicesse un’altra. Cos’è? È un nuovo veleno, un’altra tortura?
Sto per raggiungerti, o ti stai allontanando ancora di più?
Ci sei
così poco, ormai. Perché non te ne vai del tutto? Te ne devi
andare dalla mia vita: non voglio più pensarti, devi sparire, sparire
per sempre. Tu non soffri più, tu sei morto. Morto. (pausa) Quanto
tempo ci ho messo a dirlo. E quanto mi sembra bello, pensare che di là,
da un’altra parte…
Amore
mio, amore mio. Guardami: pazza, anch’io, con las locas. Quelli che le
chiamavano così non sapevano quanto avevano ragione. Perché
pazzi si diventa, si impara la pazzia, ed è una lunga, estenuante
agonia, come quando si sogna di cadere e si cade, si cade, si cade e non
ci si schianta mai, ma si va sempre più giù e non finisce,
non finisce…
Ora mi
vogliono pagare. Per che cosa? Per la tua morte o per la mia? Rimborso.
Lo chiamano rimborso. E non mi diranno che sei morto, non lo scriveranno.
Vogliono
farmi credere che così faranno giustizia! Con quelli che torturavano
e quelli che benedicevano, ancora in giro, per strada? Non ci credo alla
giustizia, non ci credo! Io credo alla mia casa vuota e al mio dolore.
E non voglio niente, niente…
Anche
questo, come gli altri, è solo un gioco di parole. Io ho rinunciato
a risolverli. Io non ne ho più voglia. C’è poco tempo, ormai.
Ho altri trentamila mariti di cui occuparmi. Ecco la porta. È l’ultima.
Quante donne prima di me, e quante dopo… Ma ognuna in questo momento è
sola.
Sono
Elsa Martina D’Amico. Mio marito Francesco Dinelli è scomparso ventidue
anni fa. Il giorno 10 giugno 1978. Di tutte quelle carte che ho firmato..
Di tutte quelle carte che ho firmato... di tutte quelle carte... fate quello
che volete, non mi interessa.
E anzi,
visto che è scomparso e potrebbe tornare, se lo vedete ditegli che
io lo amo. Se lo vedete.
"Cara signora,
la ringrazio per le lettere che mi ha inviato. E’ un momento difficile
per la Chiesa, impegnata a difendere i suoi valori dagli attacchi che arrivano
con sempre maggiore frequenza e durezza. Per questo comprendo il dolore
per la scomparsa di suo marito. Le sono vicina con la mia preghiera quotidiana“.
“Buenos
Aires non finisce mai” è una tragedia contemporanea.
E’ la
storia di una donna che ha avuto la vita spezzata da quando suo marito
è “desaparecido”.
E’ la
storia della solitudine e della paura che da allora hanno dominato la sua
esistenza - e del suo tentativo di uscirne.
E’ la
storia del suo viaggio dentro la dimensione collettiva del dramma di cui
è rimasta vittima (le donne della Plaza de Mayo), per approdare
alla consapevolezza del vuoto cui è stata comunque condannata: quello
della sua stessa esistenza di donna (negata), di madre (negata), di moglie
e di vedova (negata).
Lo spettacolo
non celebra eroi, non sventola bandiere, non agita slogan. Ci rende partecipi
di una storia vera attraverso gli strumenti semplici e fantastici del teatro:
ci accompagna, grazie all’interpretazione di una grande attrice, dentro
una realtà (ancora) taciuta, in un susseguirsi di scene volta per
volta intime ed epiche, realistiche e poetiche, sognanti e disperate, ingenue
e spietate.
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