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La Contemporanea 83 s.c.a.r.l.

presenta

in
T A N G O
di Fancesca Zanni

Regia

FRANCESCA ZANNI

Con

CRESCENZA GUARNIERI  e  ROLANDO RAVELLO

·Com’è nato “TANGO”

Ho sempre pensato questa cosa: le idee girano, sono nell’aria e ti arrivano addosso quando meno te lo aspetti.
L’idea di “Tango” è arrivata all’improvviso, dopo aver letto un articolo su un giornale. Parlava dei figli dei desaparecidos argentini. Figli che sono stati rubati, adottati illegalmente dagli stessi carcerieri e torturatori, figli che non lo sanno. Ancora oggi le madri dei desaparecidos, a quasi vent’anni dalla fine della dittatura, ogni giovedì si radunano in Plaza de Mayo, a Buenos Aires, per chiedere giustizia. Queste madri sono anche nonne, nonne di nipoti che non hanno mai visto: le loro figlie furono portate via incinte e uccise dopo aver partorito. La sottrazione dei bambini e la loro adozione illegale da parte di militari, poliziotti o famiglie ad essi vicine era una pratica usuale e ancora oggi molti ex militari vivono da liberi cittadini. Come dire: quello che è stato è stato, voltiamo pagina, si ricomincia da qui e pazienza se qualcuno si è perso, se non si trova al posto giusto, mettiamo la polvere sotto al tappeto e così sia.

Ma l’associazione delle “abuelas”, le nonne, si è messa in testa di cercarli questi nipoti e di riportarli a casa. Si calcola che siano più di 200 i bambini sottratti ai loro veri genitori. Le nonne di Plaza de Mayo ne hanno già ritrovati 72. E aspettano gli altri, per raccontargli chi sono veramente.

Quando ho cominciato a scrivere, nel dicembre del 1999, non sapevo che cosa sarebbe successo, se questo spettacolo l’avremmo realizzato, se mai qualcuno l’avrebbe visto, se saremmo stati capaci di raccontare qualcosa che non sappiamo. L’unica cosa che ho pensato è stata “se possiamo mettere anche soltanto un pezzetto di questa storia nei cuori della gente, se possiamo incastrare questa tesserina nel puzzle, anche se imperfetta, anche se storta, ma sincera, io sarei felice”.

Sì, lo so, non è una storia “nostra”, non è successo qui, ma non possiamo fare a meno di pensare che è una storia che appartiene all’umanità, una storia che tutti dovrebbero sapere. Forse la mia generazione, quella dei trentenni, è una generazione senza sogni, senza grandi ideali. Abbiamo un buco alle spalle che non ci permette di guardare avanti con coraggio, come un’interruzione della memoria, delle tradizioni, di quello che ci dovrebbe appartenere, così noi non apparteniamo a niente, né a un’idea, né a una filosofia, né a un movimento. E viviamo dei sogni di altre stagioni, di altri uomini: il ’68 o la guerriglia dell’America Latina. Eppure i ragazzi di oggi si identificano facilmente con quelli di allora, forse perché hanno la stessa età, forse perché vorrebbero un’utopia da condividere e fanno propri degli ideali che non esistono più. Ma chi sa davvero che cosa è successo?

I ragazzi di allora sono stati cancellati, un’intera generazione è stata spazzata via: un buco di trentamila anime dietro di noi. E chi è rimasto non sa di essere l’erede di una stirpe di eroi. Così, in “Tango”, Miguel scopre di essere il figlio di Carla, una desaparecida, e non del militare che l’ha rapito. Semplice. Come se fosse semplice scoprire che non sei quello che hai sempre creduto. Come se fosse semplice andare a morire sapendo che là fuori c’è tuo figlio. Come se fosse semplice sciogliere quel nodo. I due protagonisti vivono due tempi diversi, non parlano mai tra loro, ma condividono la forza della giovinezza, l’orrore per la perdita dell’identità e la passione per il tango. Non si conosceranno mai, ma si assomigliano. E mentre scrivevo mi saliva dentro la rabbia di sapere che di certe cose si preferisce non parlare. E mentre scrivevo ho capito che tacere significa essere, in qualche modo, complici. E mentre scrivevo, quasi senza sapere niente di quei fatti, cercando di parlare solo di sentimenti, provando a immaginare vite e pensieri, ho scoperto che altri stavano raccontando pezzi diversi di quella stessa storia, con libri e film e altri spettacoli, e mi sono chiesta “perché?”. Perché adesso, perché tutto insieme? Perché tante voci che parlano di una sola cosa? Forse perché le idee girano, sono nell’aria e ti cadono addosso senza preavviso e feriscono più persone, qualcuna di striscio, altre al cuore. O forse soltanto perché adesso è tempo di sapere.

Semplice.


Francesca Zanni


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