LE REGOLE E I RUOLI
DEL TEATRO
E' arrivato
anche per il teatro il momento di passare dalla fase
della propaganda a quella della politica: dalle recenti
elezioni è uscita una ampia maggioranza che si prepara
a governare senza condizionamenti e una opposizione
che è fortemente legittimata da più della metà dei votanti;
mentre si delinea il nuovo governo e quindi anche il
nostro interlocutore politico e amministrativo, cerchiamo
di mettere a fuoco con una discussione sincera le necessità
e le aspettative del settore.
1) L'intreccio tra legge per
il teatro, federalismo e norme del regolamento è la
prima questione da mettere sul tappeto. Sul regolamento
e sulla legge si è detto nei mesi scorsi di tutto, andando
da una difesa a oltranza, quasi ideologica, della normativa
esistente, alla promessa, altrettanto ideologica, di
fare piazza pulita; ma veramente conviene ripartire
da zero, dopo aver fatto faticosamente un esperimento
che ne ha rivelato gli aspetti più o meno persuasivi?
Le categorie in genere chiedono stabilità e certezze:
nel caso del regolamento credo di poter dire che abbiamo
scoperto, con parecchie sofferenze, che programmare
il proprio lavoro su base triennale anziché su base
annuale ha dei benefici organizzativi (lo facevano già
i nostri bisnonni nell'Ottocento), a patto che la base
triennale non sia semplicemente la somma di tre annualità
divise da altrettanti lucchetti, che impediscono di
operare con libertà professionale all'interno del periodo;
e a patto che i tempi dei finanziamenti non siano peggiorativi
rispetto alle esperienze precedenti, cosa questa che
rende necessario un investimento economico per allineare
l'intervento dello stato al triennio. Ugualmente sulla
legge abbiamo patito qualche illusione e parecchie disillusioni:
forse è il caso di tornare al concetto di legge quadro,
di reciproca garanzia tra lo stato e i cittadini del
teatro, fondata sul consolidamento dei livelli istituzionali
e sulla necessità di una forte e operosa presenza del
teatro privato, inteso in tutte le sue accezioni. Possibilmente
senza fare la corsa a chi annuncia per primo la propria
proposta, per dare il segno di una sola identità all'intero
mestiere: in questo modo si perdono alle volte le elezioni
e quasi sempre le occasioni. Ma il banco di prova di
tutto il discorso normativo sarà la questione del federalismo:
non tocca a noi insegnare al parlamento come si fa o
si modifica una legge federale, ma tocca a noi dire
che la cultura è tale perché è una e condivisa e perché
attraverso le abitudini culturali oggi respira l'intera
società: bisogna dunque decidere se deve prevalere il
concetto dell'investimento sul sistema culturale o quello
dell'appropriazione di singoli segmenti di tale sistema.
Il modello di venti separate culture regionali delineato
in una recente proposta per la Regione Lazio servirebbe
semplicemente a rimpicciolire e immiserire la circolazione
delle idee.
2) Il rapporto tra pubblico
e privato è uno dei nodi non ancora del tutto chiariti
nel teatro italiano e dovrà essere in qualche modo approfondito
nella nuova normativa: personalmente io penso che la
complementarietà sia un'idea guida per il nostro sistema
teatrale (lo è anche in altri settori dell'economia
e della cultura): a patto che siano chiari gli obblighi
e le funzioni reciproche, comprese le regole nelle scelte
e la responsabilità nei bilanci. Il maggiore investimento
economico che la collettività ha fatto in questi anni
sul settore pubblico è giustificato soltanto dal valore
sociale e dalla diversità del suo intervento: altrimenti
non sarebbe in nessun modo accettabile l'altissimo costo
a spettatore che lo spettacolo prodotto da una struttura
pubblica ha rispetto a quello prodotto da una struttura
privata; come non è accettabile che ci sia una rincorsa
tra pubblico e privato su chi occupa gli stessi spazi
di mercato.
Il fatto che lo stanziamento del Fus venga sentito come
un investimento produttivo nei confronti delle strutture
pubbliche e private e non come un obbligo dello stato
elemosiniere rende necessario fare un'analisi dettagliata
della produttività, dei costi e delle risorse complessive,
tra le quali la fiscalità rappresenta un appuntamento
decisivo. Su questo bisogna essere chiari ora come lo
siamo stati nel corso dell'ultimo anno: il discorso
sulla fiscalità per quanto ci riguarda è ancora all'anno
zero. Fiscalità per le persone fisiche, fiscalità per
le imprese, fiscalità verso le imprese: in questo campo
ci sono stati dei timidi segnali, l'ultimo dei quali
poco prima delle elezioni a proposito dell'Irap. Io
credo che bisogna elaborare un vero e proprio progetto
fiscale, da sottoporre ai ministeri competenti con il
patrocinio dei Beni Culturali; soprattutto bisogna evitare
di discriminare il settore privato, come è accaduto
in occasione dell'emendamento sulle donazioni liberali,
che prevede la possibilità di intervento solo per le
istituzioni, le fondazioni e le associazioni riconosciute,
per di più su un elenco redatto dagli uffici del Ministero;
segno che si è voluto circoscrivere e indirizzare le
famose liberalità, che invece possono, se usate appunto
"liberalmente", essere un momento di svolta per l'intero
teatro italiano.
3) Un analogo discorso si può
fare sulla delicata questione che si prospetta ogni
volta che pensiamo a un rinnovo dei contratti collettivi
nazionali: è solo una questione sindacale o è anche
una opportunità per riorganizzare il nostro modo di
pensare il mestiere? Sarà forse imprudente parlare del
rapporto tra lo spettacolo e lo stato sociale in un
momento in cui la nuova maggioranza sembra promettere
di alleggerire i costi dello stato: ma è difficile pensare
a una sistemazione complessiva del nostro mestiere senza
riflettere sul numero e sulla qualità degli addetti,
sugli organismi in cui essi lavorano, sui contratti
di lavoro e sulla tutela che viene o non viene esercitata
a livello previdenziale, sanitario e lavorativo. Non
bisogna aver paura di sollevare il problema: lo spettacolo
italiano è una categoria con 174.348 addetti, di cui
120.720 a tempo determinato, tra cui 45.038 attori di
cinema e di teatro; abbiamo una legislazione meno favorevole
di quasi tutte le altre categorie sulla maternità, sulla
disoccupazione, sulla fiscalità e sulla previdenza,
pur avendo inventato tra i primi, qualche secolo fa,
le parole d'ordine della modernità: lavoro atipico,
flessibilità, part time e precariato. E' troppo chiedere
che venga estesa anche alla nostra categoria la legislazione
migliorativa che riguarda l'artigianato, le piccole
e medie aziende, il lavoro atipico e quant'altro? Ne
guadagnerebbero non solo le condizioni economiche dei
singoli, ma le possibilità di lavoro artistico e organizzativo
dell'intero sistema.
4) Ma tutto questo sarebbe
di scarso peso se non troviamo la strada per salvaguardare
e coltivare la nostra prima e più autentica sovvenzione,
il pubblico che ci frequenta, ci apprezza e in qualche
modo ci mantiene liberi. Ora ognuno ha un suo modo di
intrattenere un rapporto con il proprio pubblico di
riferimento, che non può essere codificato: ma il rapporto
con i media, con il mondo della scuola, con i luoghi
della formazione del pubblico e dei nostri stessi quadri,
quello sì può essere codificato ed è materia di intervento
normativo. Non si può dire che il teatro italiano abbia
coltivato in questi anni il mito della propria insostituibilità:
ha mantenuto certamente una certa duttilità artigianale,
senza preoccuparsi troppo però dei nessi con i grandi
flussi culturali, con il contesto enormemente diverso
in cui si è trovato a vivere: fino al punto che non
si è quasi accorto di quanta nuova forza e originalità
gli desse l'essere spettacolo "dal vivo" in un mondo
in cui la trasmissione dei dati, del pensiero, delle
immagini avviene sempre più attraverso mediazioni tecniche.
Forse è arrivato il momento di ripensare il nostro rapporto
con i diversi segmenti di pubblico, di partire da un'indagine
statistica e culturale più ricca delle scarne cifre
dell'Istat, di chiarire i meccanismi della distribuzione,
di chiedere con forza canali tematici, rubriche di approfondimento,
collegamenti informatici per essere presenti in tutte
le abitudini culturali del nostro spettatore: in questo
modo forse eviteremo di vivere in un teatro totalmente
governato dalla sovvenzione.
21
Maggio 2001
Fioravante Cozzaglio