Torna all'indice degli articoli


ASSOCIAZIONE NAZIONALE
TEATRO PRIVATO INDIPENDENTE
A.N.T.P.I.
 

DICIASSETTE MILIARDI DOPO

Diciassette miliardi dopo: forse non tutti gli interessati lo sanno, ma da quando abbiamo cominciato a discutere pubblicamente del problema dei vigili del fuoco sono passati diciassette miliardi, quanto è la gabella che lo spettacolo dal vivo in Italia paga in un anno per un servizio che ha un’origine ambigua, una funzione incerta e una chiara disparità di trattamento.

 Sono stati usati, a suo tempo, tutti gli argomenti per discutere e avviare a soluzione il problema: dopo un anno, ci troviamo in mano una circolare che non ha cambiato lo stato dei fatti e che ha avuto l’unica funzione di far dire che qualcosa era stato fatto.

 Lo dico con dolore e con disagio: da quando mi occupo di fatti collettivi mi sono reso conto che i meccanismi decisionali della nostra società sono spesso costruiti più per lasciare le cose come stanno che per avere la tentazione di cambiarle.

 Nel caso nostro, dopo aver constatato l’inalterabilità della situazione, mi viene la curiosità non tanto di trovare argomenti in difesa dello spettacolo dal vivo, a cui tutti riconoscono un’ingiusta situazione di sofferenza, quanto di capire perché questa situazione di sofferenza sia così inamovibile. Detto in parole povere, perché, dato che tutti riconoscono che i vigili del fuoco sono una ulteriore e ingiusta tassa sul teatro, non sia possibile fare in modo di rimuovere la ragione di questa tassa o perlomeno che ne sostenga il costo chi l’ha ingiustamente formulata.

 La spiegazione sta, come dicevo all’inizio, nell’origine della cosa, nella sua attuale funzione e nella disparità di trattamento che crea tra i soggetti a cui viene applicata.

 L’origine: è noto a tutti, ed è documentato storicamente, che il pagamento dei vigili del fuoco nei teatri è stato  organizzato non per utilità del cittadino fruitore del servizio, che fino a quel momento provvedeva con le proprie squadre interne alla tutela del locale, ma per venire incontro alle necessità di bilancio del fornitore del servizio medesimo; sarebbe interessante chiedere ai responsabili del settore e allo stesso  sindacato dei vigili del fuoco come vengono destinate le somme prelevate dal bilancio dei teatri: al pagamento del servizio o ad altre funzioni che non lo riguardano direttamente? 

 Da questa stortura iniziale nasce l’inamovibilità del problema: finchè non si risolveranno i problemi del fornitore – vigile del fuoco non potrà avere un equo trattamento neanche il cittadino fruitore.

Infatti anche la funzionalità reale del servizio dipende dalla sua origine: se si fosse trattato di pianificare il problema della sicurezza nei locali pubblici avremmo certamente avuto una serie di interventi costruiti con una logica di prevenzione e di tutela a tutto campo e per tutti i soggetti. Invece abbiamo ancora oggi una normativa che risente della casualità dell’origine, per cui la tutela viene esplicata in modo  surreale, con una casistica quasi divertente, se non ci costasse diciassette miliardi l’anno: nei teatri da cinquecento posti sì,  nei teatri da quattrocento posti no, nei cinema teatri un giorno sì e un giorno no, nelle multisale mai, perché non sono quelle labirintiche strutture che tutti conosciamo, nei teatri lirici sempre, perché il buon pompiere ama la musica, nelle sotterranee sale da convegno no, perché sono frequentate da gente educata.

Il sospetto che non ci sia stato pensiero e programmazione, ma semplicemente la decisione di tassare il contribuente più debole e più a portata di mano, viene dal confronto con le reali necessità sociali e con le normative applicate in tutti i luoghi aperti al pubblico: possibile che a una fabbrica di esplosivi sia permesso di avere la sua brava squadra di prevenzione interna, mentre un teatro viene ritenuto così potenzialmente pericoloso da esigere la squadra esterna di vigili del fuoco, per di più a carico del cittadino che fruisce del servizio? La disparità nel trattamento, che è già evidente nel campo dello spettacolo, diventa insostenibile quando si osserva la normativa e il grado di pericolosità dei vari luoghi aperti al pubblico: uno stadio di 9500 posti è meno pericoloso di un teatro di 550 posti? Non sarà che tassare uno stadio è più complicato?

Da queste contraddizioni si esce in un modo solo: riconoscendo che la materia va ripresa in mano partendo dalle reali necessità sociali e da un’equa considerazione del rapporto economico tra cittadino e stato. Tutto questo non esige delle leggi, ma dei semplici provvedimenti amministrativi. Se non si ha la volontà di farli o si ritiene troppo complicato toccare degli interessi di categoria, allora che lo stato metta mano al portafoglio e paghi da sé le proprie storture. 

Fioravante Cozzaglio

21.10.2000



Torna all'indice degli articoli



 

 

[La nostra presentazione] [Teatri e città in tour] [Archivio]
[Dove contattarci] [I links scelti da noi] [Il giornale della Contemporanea]
[Torna alla home page]