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ASSOCIAZIONE NAZIONALE
TEATRO PRIVATO INDIPENDENTE
A.N.T.P.I.
 


DOPO IL REGOLAMENTO:
COME RIPENSARE IL SISTEMA TEATRO

Da quando è entrato in vigore il Regolamento e la commissione ha concluso le valutazioni per il primo triennio, tira nel teatro italiano l’aria del giorno dopo: come se, a  battaglia conclusa, si dovessero contare i morti e i feriti, valutare chi ha vinto e chi ha perso e poi passare oltre, alla gestione delle buone cose quotidiane; l’attuazione del regolamento ci deve per forza di cose portare a un periodo di “pace sociale”, i problemi e gli attriti sono stati superati, la grande comunità del teatro riprende a respirare.

E’ un riflesso legittimo, ma incompleto: in effetti abbiamo concluso una fase, parecchio accidentata, che ha richiesto un grande esercizio della pazienza da parte di tutti; ma non sono convinto che la fase attuale sarà di semplice “attuazione”, anzi, la ritengo quasi più delicata e fondante della precedente.

Prima di approfondire il ragionamento, vorrei spendere due parole sulla  “gestione della fase applicativa del regolamento”. Comunque la si pensi, e abbiamo avuto recentemente due punti di vista simmetrici e contrastanti, quello di Rossana Rummo e quello di Elio De Capitani, la situazione oggi è tale che tutti guardiamo al primo di novembre con un misto di attesa e di terrore: se per quella data gli uffici avranno liquidato al sistema delle imprese la prima rata del duemila, potremo tirare tutti insieme un respiro di sollievo, ma non certo cantare vittoria: dal primo marzo al primo novembre corrono otto mesi;  questo significa che le imprese hanno sofferto parecchio, ma soprattutto che il meccanismo amministrativo per mettersi a regime deve recuperare un ritardo di otto mesi e noi tutti ci auguriamo che si stiano studiando i tempi, i mezzi e i modi per riportare al passo la macchina degli uffici. Inoltre, per quanto vengano attrezzati in mezzi e personale, il primo marzo del 2001 gli uffici non potranno certo predisporre l’acconto dell’anno in corso se il nostro ministro non avrà ottenuto la deroga al 100% per lo spettacolo dal vivo: come si vede le condizioni per portare a regime il sistema regolamento non sono ancora così scontate.

La fase di “attuazione” è essa stessa in un momento  precario e rende ancora più insicuro il cammino che dobbiamo intraprendere da qui alla fine del triennio. Che cosa è cambiato infatti rispetto a prima della commissione? Che stiamo lentamente acquisendo la consapevolezza che il regolamento non ha nella sostanza riorganizzato il teatro italiano, ne ha mantenuto e consolidato il potenziale produttivo attraverso la solarità, la triennalità e l’ancoraggio ai precedenti contributi, lasciando alle forze in campo l’onere e l’onore di esprimere una autentica e più approfondita capacità di rinnovamento. Tocca ai soggetti professionali, agli artisti, alle imprese, agli organismi associati dire in quale ambiente culturale e organizzativo vogliono vivere, tocca soprattutto a loro ripensare il sistema produttivo e distributivo, a tutti i livelli. I prossimi due anni, prima dell’arrivo di un nuovo ciclo, serviranno a questo: ripensare il sistema teatro nella sua complessità e nei suoi particolari meccanismi, con la libertà di chi per un periodo abbastanza lungo galleggia a mezz’aria e non deve né toccare terra né spiccare il volo. 

Le prime occasioni per affrontare in pratica la riorganizzazione del teatro italiano saranno offerte dalla questione della legge sul teatro, dai provvedimenti sulla fiscalità, dal necessario completamento del regolamento e dalla fondamentale questione della valutazione:

1) La legge sul teatro non passerà certo in questa legislatura e comincio a pensare che tutto sommato questo sia un bene. La legge ha mostrato subito le prime rughe, perché è arrivata al Senato quando è cambiato il contesto, grazie alla rifondazione del Ministero per i beni e le attività culturali, al mutato rapporto Stato – Regioni e all’approvazione del regolamento, che ne è stato in qualche misura una prova generale. Ma soprattutto ha il difetto enorme di concepire un Centro per il Teatro la cui sola descrizione mette raccapriccio: e quando mai si riuscirà a renderlo operativo e funzionale, con quella somma di attribuzioni, spesso in contraddizione tra loro? Inoltre la legge manca oggi totalmente di un discorso sulla fiscalità grazie alla cancellazione dell’art.11, e questo ne ha alterato profondamente l’armonia complessiva.

2) La legge ha dimenticato la fiscalità, ma intanto i provvedimenti sulla fiscalità vengono alla luce, alla spicciolata, con un filo conduttore ben definito. Un caso esemplare è costituito dal provvedimento sulle donazioni, secondo il quale i privati possono fare donazioni alle aziende culturali giovandosi di una congrua detassazione, ma solo agli enti culturali pubblici, alle fondazioni, alle associazioni riconosciute dallo stato, con esclusione quindi di tutto il sistema delle imprese private. Nell’incontro del 6 agosto questo fatto è stato ricordato al Ministro Meandri, unitamente a un più ampio ragionamento sul rapporto pubblico – privato; abbiamo ottenuto una risposta di cortese e attento interessamento alle ragioni del privato, ma ci domandiamo se con la parola privato il ministro e gli operatori intendono la stessa cosa. Non vorremmo che da una parte si pensasse esclusivamente ai grandi sistemi di integrazione fra sistema statale e sistema della grande impresa multinazionale, che ragiona da pari a pari con lo stato; e dall’altra si pensasse, legittimamente, a un discorso sulla piccola e media impresa, come succede in molti settori dell’economia. In questo caso sarebbe indispensabile trovare il modo di far colloquiare i due sistemi, che sono in genere impermeabili l’uno all’altro.

3) Il regolamento ha costituito un’ossatura che attualmente sostiene il sistema teatro, ma non nascondiamoci il fatto che c’è ancora molto da fare per completarlo. Parlo della questione delle nuove istanze, per le quali abbiamo una commissione alle porte; da qualche parte si è fatta una riflessione su cosa significhino 165 nuove istanze? Parlo della rivalutazione dei soggetti che sono già nel sistema: non nascondiamoci che tre anni sono lunghi e che la triennalità garantisce ma blocca anche l’apporto dello stato, che in tre anni molte cose nuove possono accadere e che quindi va previsto un meccanismo di valutazione e di rivalutazione. Parlo del meccanismo delle residenze che per adesso è rimasto lettera morta, producendo cautela anche in chi forse un passo avanti l’avrebbe tentato. Siamo insomma all’alternativa se vivere il regolamento come un’armatura chiusa e rigida o come un’impalcatura a cui dare man mano forma, colore, vita.

4) Altrettanto fondamentale è la questione della valutazione, che dovremo formulare in vista del nuovo triennio. Lì emergeranno le divergenze antiche del teatro italiano: le divergenze tra pubblico e privato, tra sociale e commerciale, tra impegno e divertimento, tra cultura e mestiere: dove questi termini non necessariamente si accoppiano come è consueto fare; e chi l’ha detto che pubblico è anche, nei fatti, sociale, che cultura è per forza impegno, che privato significa commerciale? Chi può stabilire, se non con una forzatura ideologica, che gli abbinamenti sono quelli e solo quelli? Sulla valutazione discuteremo, ma dalla piega che prenderà la parola capiremo gli indirizzi futuri del sistema teatrale italiano.

Insomma, le questioni che ho brevemente accennato costituiscono l’occasione più vicina per cominciare a ripensare al nostro mestiere e al nostro ruolo, anche al di fuori delle pur necessarie formulazioni legislative. Io credo che la risposta a queste questioni sarà anche la risposta alla nostra ansia di dove andremo a toccare terra. In questa prospettiva, acquistano un diverso e meno ignobile significato le tensioni e gli scossoni che hanno contraddistinto la nostra vita associativa recente: con un po’ di carità di patria diciamo che non si trattava di fare o non fare una federazione, di occupare o no una poltrona, di acquisire o meno una carica: si trattava di iniziare un  braccio di ferro tra tutti quelli che si sentono in grado di  esercitare un primato organizzativo e culturale sul teatro italiano, di risistemare, per un prossimo lungo periodo, le energie vecchie e nuove, gli assetti strutturali, gli interessi economici, le capacità produttive e distributive. Se questa è veramente la questione sul tappeto, bisogna che tutti si abituino a pensare e a operare con decisione, perché ne vedremo delle belle.

Fioravante Cozzaglio
27.09.2000


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