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ASSOCIAZIONE NAZIONALE
TEATRO PRIVATO INDIPENDENTE
A.N.T.P.I.
LE COMPAGNIE TEATRALI
TRA FINALITA' PUBBLICHE
E INIZIATIVA PRIVATA
Fino a
cinquant’anni fa, in Italia le compagnie teatrali avevano praticamente
il monopolio della capacità produttiva: non esistevano infatti allora
nè teatri stabili pubblici o privati, nè centri, nè
organismi di produzione che non fossero riconducibili al modello della
compagnia. Al massimo poteva capitare che qualche impresario possedesse
anche una sala teatrale e di questa si servisse come base operativa e come
principale ribalta della propria attività. A parte alcune esperienze
in controtendenza, e perciò ricordate ancora oggi come esemplari,
il massimo della stabilità era appunto la figura dell’impresario
esercente, di cui forse Paone è stato l’ultimo esempio memorabile.
Nella
seconda metà del novecento le cose sono profondamente mutate: la
capacità produttiva ( e distributiva) non è più
monopolio di nessuna categoria professionale, la stabilità, intesa
come molteplicità di esperienze e di tentativi, si è man
mano allontanata dal modello della compagnia teatrale, le compagnie si
sono trovate a fare i conti con una situazione, di organizzazione professionale,
di esercizio teatrale e quindi di mercato, molto diversa da quella in cui
erano abituate ad operare; esse hanno man mano preso coscienza che ai mutamenti
del contesto teatrale dovevano corrispondere dei mutamenti del proprio
modo di operare, artistico e organizzativo.
Con meno
elaborazione teorica rispetto a quanti frequentavano gli ambienti della
stabilità, ma con molta capacità di invenzione e di adattamento
attori, tecnici, organizzatori e impresari sono stati
capaci di portare la compagnia teatrale come forma specifica di produzione
culturale alla soglia del XXI secolo: dal punto di vista storico e strutturale,
la Compagnia dei Giovani o la Compagnia dei Quattro, gli Associati o il
Gruppo della Rocca, la Compagnia Ardenzi o la Compagnia De Filippo, la
compagnia sperimentale che si radica nel territorio metropolitano o la
Compagnia del Bagaglino che si forma sull’esperienza del Salone Margherita
rappresentano altrettante risposte, di segno diverso, al problema della
funzione e del destino delle compagnie teatrali nel nostro paese.
Non è
un caso che è cambiata anche la terminologia: una volta si parlava
solo e tout court di “compagnie” o al massimo di compagnie “sociali”; poi
si è cominciato a parlare di cooperative, di gruppi, di sperimentali,
di capocomicali, di compagnie d’arte, di imprese di produzione, con un
frazionamento linguistico che deriva dalla molteplicità delle esperienze
e dal tentativo di trovare una etichetta unificante.
Visto
da lontano, il fenomeno può essere descritto in questo modo: la
società teatrale nel suo complesso, una volta organizzata quasi
esclusivamente in forma di compagnia, ha prodotto, appoggiandosi ai cambiamenti
di cultura e di struttura sociale, organismi più adeguati
ai tempi e più sofisticati rispetto alla forma “elementare” della
compagnia; ne è nato una sorta di dualismo tra il “nuovo”
e il “vecchio”, tra il teatro stabile e il teatro di giro, tra il teatro
d’arte e il teatro d’evasione, tra il teatro “d’innovazione” e tutto il
resto del teatro, che francamente denuncia una certa miopia nella lettura
della nostra storia.
Si dovrebbe
dire, con più verità, che il sistema delle compagnie rappresenta
la base sociale del teatro, il suo aspetto più diffuso, spontaneo
e vitale, e che il sistema della stabilità ne rappresenta la componente
più strutturata e istituzionale; tra i due momenti non ci può
essere lotta per la sopravvivenza, ma la naturale competizione che c’è
in tutte le società tra la base sociale e le sue forme istituzionali.
Visto
in questo modo, il problema delle compagnie riacquista una sua serena valutazione:
si tratta di comprendere come è strutturato oggi il sistema teatrale
italiano e quale precisa funzione ricoprono le compagnie, rinunciando ai
fondamentalismi secondo i quali l’una o l’altra parte del sistema è
sufficiente per garantire l’esistenza della società teatrale nel
suo insieme. Non dico questo a caso: la tentazione di orientare in una
sola direzione le cose del teatro è stata in certi momenti forte
e ha sfiorato anche il legislatore, che rischia di credere, secondo il
proprio orientamento politico, che un modello o l’altro può bastare
per assolvere tutte le funzioni della cultura teatrale. Può succedere
quindi che si parli, da destra o da sinistra, di “valori residuali” di
questo o quel settore, dimenticando che la forza del sistema sta nella
sua complementarietà, per la quale istituzione e organismo spontaneo,
pubblico e privato, stabilità e compagnia lavorano sinergicamente
per ottenere lo stesso risultato, che è quello di stabilire, in
modi diversi, un rapporto tra società e teatro.
A questo
proposito, è necessario anche chiedersi cosa significa svolgere
attività teatrale nel mondo di oggi, così diverso da quello
per tanti versi ancora “otto- novecentesco” in cui siamo vissuti fino a
ieri. I modelli erano infatti quelli della crescita culturale che partiva
dagli intellettuali per arrivare alle masse, i termini di confronto erano
le altre arti tradizionali per arrivare al massimo fino alla “nuova” arte
cinematografica, i movimenti culturali a cui ci si ispirava erano quelli
delle avanguardie del primo novecento o la politica sociale introdotta
dai grandi movimenti di massa, di estrazione cattolica o socialista.
Tutto
questo oggi non esiste più, se non come riferimento storico; il
mondo attuale, come è soggetto ai grandi movimenti migratori e alle
politiche di globalizzazione, così in campo culturale risente dell’ingresso
di fenomeni fino a ieri impensabili: l’accesso e il confronto con culture
lontane geograficamente da noi ma a portata di mano, il ruolo della televisione
e della comunicazione globale rendono il teatro nel suo insieme una cosa
diversa, alla quale bisogna trovare una forte identità, pena, questa
volta sì, l’essere considerati un fenomeno “antico” e residuale.
La necessità
del teatro nel mondo di oggi è quella di trovarsi ad essere uno
dei pochi momenti, nella vita quotidiana e associata, di “spettacolo dal
vivo”, di confronto fisico ravvicinato tra persone che ormai vivono in
gran parte attraverso meccanismi di comunicazione che sono riprodotti o
mediati. Affermare la singolarità dello spettacolo dal vivo, di
tutto lo spettacolo dal vivo, la sua quasi unicità nel mondo contemporaneo
è il segno di una nuova partenza, che definisce il teatro come il
luogo dell’invenzione, della scoperta, della comunicazione tra la cultura
artigianale e la cultura industriale.
In questa
prospettiva, le compagnie teatrali acquistano un sapore di modernità
che fa dimenticare l’origine storica delle compagnie dell’arte e delle
grandi capocomicali: esse sono la base della società teatrale, la
sua forma più elementare e spontanea di organizzazione, il crogiuolo
naturale in cui si formano i nuovi talenti, in cui si fiuta il vento, si
da spazio alle novità e ci si accosta al pubblico con il gusto dell’attualità,
sono il luogo naturale della formazione dei quadri che poi vengono prestati
agli altri settori, sono organismi editoriali che , grazie anche alla propria
agilità, sanno indicare in tempo gli orientamenti e gli umori culturali
che girano nel mondo, o sanno intrattenere il grande pubblico con spettacoli
legati all’abilità del grande attore e alla capacità di racconto
che nel resto della comunicazione di massa si sta perdendo.
Forse
dovremmo dire che le compagnie teatrali sono tutto questo nel momento in
cui acquisiscono la consapevolezza di dover mutare le proprie consuetudini
storiche per darsi un’immagine e una teoria adeguata ai tempi: lo sono
nei fatti, spesso non sanno ancora di esserlo nella coscienza che hanno
di sè.
E’ bene
a questo punto dire in cosa consistono, nei fatti materiali, queste compagnie
e cosa rappresentano nell’insieme del mestiere teatrale. Partiamo per necessità
dalla catalogazione ministeriale, perchè è l’unica disponibile,
insieme all’annuario Siae, che però si rifà in gran parte
ai dati del ministero. Con l’avvertenza che, mentre negli altri settori
organismi finanziati ed organismi esistenti coincidono, per le compagnie
i dati ministeriali rappresentano solo in parte la realtà dei fatti,
sia per il numero degli organismi esistenti, sia per il rapporto tra sovvenzione
ed attività svolta sul campo.
Ci sono
dunque in Italia 203 imprese di produzione finanziate (dati triennio 2000
–2002), 25 nuove istanze accettate per il triennio, 96 compagnie non sovvenzionate
(dati Siae), per un totale di 324 formazioni; a cui si devono aggiungere
un insieme di compagnie amatoriali, che sfuggono alla nostra classificazione
ma che rappresentano una novità emergente sul territorio.
Queste
compagnie (dati Agis 98/99) realizzano 448.387 giornate lavorative a stagione,
27.075 recite, pagano 28.763.200.000 di oneri sociali,
hanno 4.500.000 spettatori. La percentuale di incidenza, rispetto a tutti
gli altri settori, è del 57% rispetto alle giornate lavorative,
del 70% rispetto alle recite, del 47% rispetto agli oneri sociali, mentre
ottengono soltanto il 29% dei fondi Fus a disposizione del teatro. E’ evidente
dunque che c’è una oggettiva disparità di trattamento rispetto
agli altri settori o, se vogliamo dirla in positivo, che la resa in recite
e in occupazione rispetto alla quota di denaro pubblico messa a disposizione
del settore è enormemente più alta.
La spiegazione
di questa disparità è nella estrema frammentazione del settore:
324 formazioni, o 228 se vogliamo considerare soltanto quelle sovvenzionate,
sono certamente un numero sproporzionato sia rispetto alla domanda di teatro
che c’è oggi nel nostro paese sia rispetto alla possibilità
che ha ognuna di queste aziende di migliorare e di ingrandire la
propria struttura e il proprio fatturato. La stessa credibilità
complessiva del settore ne viene a soffrire, se la grandissima capacità
di produrre recite e spettatori viene spezzettata in mille rivoli, ognuno
dei quali gode di meno immagine e prestigio. Se infatti prendiamo,
un po’ impropriamente, come ordine di grandezza il contributo ministeriale,
vediamo che tra le imprese di produzione ce ne sono 88 sotto i 100 milioni,
46 sotto i 200, 26 sotto i 300, mentre solo 23 sono sopra i 500 milioni:
questo significa che ci sono molte piccole imprese con fatturati molto
modesti, che stentano a garantire perfino ai propri soci continuità
e sicurezza di lavoro; mentre le imprese che sono strutturate aziendalmente
e che si possono permettere investimenti nei settori non direttamente produttivi
sono poche decine. E’ evidente che questo fatto toglie prestigio ai singoli,
ma soprattutto toglie capacità operativa al settore nel suo complesso:
un mercato caotico e sfilacciato, una concorrenza tra disuguali e che quindi
serve poco a migliorare il prodotto, una scarsa capacità di uscire
dalle logiche della sopravvivenza quotidiana e quindi di investire, artisticamente
e organizzativamente, sul proprio futuro. Di questa situazione si
sono giovati tutti quelli che pensano, più o meno disinteressatamente,
che il futuro del teatro italiano sia un futuro soprattutto istituzionale
e che quindi in quella direzione vadano fatti gli investimenti; ma certamente
la categoria nel suo complesso non ha fatto molto per acquisire coscienza
della propria situazione e per elaborare una via d’uscita.
Le
compagnie hanno davanti due possibilità: quella di attendere che
siano le forze del mercato e le spinte della politica a forzarle verso
una dolorosa autoriforma, oppure quella di imboccare con decisione la via
di un miglioramento complessivo, attraverso una politica di compattamento
delle aziende, di maggiori e più articolate collaborazioni artistiche,
di selezione dei canali distributivi, di investimento nel rapporto con
il pubblico. Nel primo caso il destino è già segnato:
non c’è posto per tutti, i più deboli si devono accontentare
di situazioni sempre più marginali e perciò si indeboliscono
ulteriormente, la parte politica provvede ad aumentare le difficoltà
con una lenta opera di soffocamento economico e con incentivi per la fuoriuscita
dal sistema; nel giro di pochi anni il quadro cambia, le compagnie diminuiscono,
si crea un rapporto più equilibrato tra compagnie, sistema distributivo
e istituzioni teatrali. Il difetto di questa soluzione è che il
cambiamento avverrebbe per selezione darwiniana, producendo morti e feriti
e facendo sopravvivere i più forti, che non sempre nel teatro sono
quelli che danno il migliore apporto qualitativo.
Nel
secondo caso le compagnie provano ad autoriformarsi, attraverso quelle
che in termini economici si chiamano ristrutturazioni aziendali: che significa
dare il via a una politica di fusioni tra imprese, di collaborazione tra
artisti, di consorzi e coproduzioni, di collegamento più organico
con il sistema distributivo; significa accettare il fatto che nessuno basta
più da solo e che bisogna inventare il gioco di squadra, che la
realtà contemporanea è molto più complessa rispetto
a trent’anni fa e quindi è necessario inventare formule organizzative
e artistiche nuove. Significa anche capire che “compagnia di giro” non
vuol dire essere del tutto privi di ancoraggio col territorio. In fondo
bisogna recuperare dalla stessa tradizione molte delle formule che oggi
sembrano così innovative: il triennio non è stato inventato
l’anno scorso, ma nell’Ottocento, quando le compagnie avevano tutte durata
triennale; le compagnie che hanno lasciato il segno nella storia del nostro
teatro erano tutte compagnie di gruppo, dai Giovani, ai Quattro, agli Associati;
le tournèe dei nostri antenati teatrali erano forse meno dissennate
delle nostre, perché si fondavano sull’incontro annuale con un pubblico
socialmente organizzato e compatto, che aspettava con ansia la sua stagione
e riconosceva i propri partners artistici; non si tratta di fare un salto
all’indietro, ma di inventare delle soluzioni soddisfacenti per la società
di oggi.
L’esempio
di un tentativo, finito male, di spingere in questa direzione è
stata la politica delle fusioni, inventata e attuata di comune accordo
con il Ministero per le Attività e i Beni Culturali. Lo scopo della
norma era appunto quello di iniziare una autoriforma da parte delle compagnie,
prima che fosse la difficile situazione economica e organizzativa a imporla
brutalmente; era quello di prendere atto della necessità di una
inversione di tendenza e di dare un esempio a tutto il sistema teatrale
di come, partendo da una necessaria autocritica, fosse possibile mettere
mano al miglioramento complessivo del sistema. C’è stata su questa
ipotesi, all’inizio, un grande entusiasmo; la si è vantata come
uno dei punti cardine del regolamento, che avrebbe fatto fare un salto
di qualità alle imprese di produzione e a tutto il mercato teatrale.
Poi, man mano che l’ipotesi prendeva corpo, si è cominciato a vederla
come una indebita fonte di agevolazioni e di rifinanziamento per le compagnie,
e quindi ad agitare il sospetto che il regalo fosse troppo grosso per un
risultato così piccolo. Praticamente, quello che poteva essere un
grande movimento pratico ed ideale è stato visto e vissuto come
uno strumento di furbizia amministrativa, e quindi, da quel momento in
poi, ostacolato.
Si
è persa, insomma, una grande occasione, da una parte e dall’altra;
ma questo non vuol dire che il discorso non si possa riprendere su altre
basi, con maggiore incisività e chiarezza.
Da
quando il governo Prodi – Veltroni ha messo sul piatto della bilancia la
questione della cultura come problema nazionale si è avviato un
cammino che porterà comunque a dei risultati riformatori, buoni
o cattivi che siano. Ne abbiamo avuto un esempio con l’episodio del regolamento
e anche con la mancata approvazione della legge per il teatro. Sarebbe
troppo lungo in questa sede fare una valutazione complessiva dei due provvedimenti;
quello che è certo è che il lavoro principale di quella amministrazione
e delle altre che le sono seguite è stato di “elevare il rango”
della politica culturale nel nostro paese, di sottrarla alla residualità
e di farne uno dei perni dell’azione politica. Poi ci si può dividere
sui contenuti e sui modi dell’azione riformatrice, ma è certo che
quell’assunzione di responsabilità dovrebbe essere un punto di non
ritorno. Perciò è importante capire quale è stato
il punto di vista dell’amministrazione nel trattare le questioni del teatro
e in particolare le questioni delle imprese di produzione, che vengono
identificate tout court col teatro privato.
E’
certo che, per un politico, la conoscenza del sistema delle compagnie è
più faticosa di quella degli altri settori: i teatri stabili, per
non parlare degli enti lirici, hanno una casa, un consiglio di amministrazione,
del personale fisso e quindi sono immediatamente riconoscibili: tutto quello
che avviene in quella casa viene ascritto alla sua attività, non
si distingue molto, da fuori, tra attività prodotta e attività
ospitata; per di più alcuni di questi teatri hanno una storia illustre,
che li ha portati a divenire istituzione e noti quindi al di là
della ristretta cerchia dei frequentatori abituali. Le compagnie, al contrario,
sono aziende immateriali, non abitano case, non hanno mura con cui identificarsi,
la loro attività viene svolta in casa d’altri e quindi è
difficile farle materializzare nella lente di ingrandimento di un operatore
politico. Superare questa prima difficoltà è essenziale per
avviare un discorso alla pari, da categoria a stato; si tratta di far capire
all’interlocutore che l’istituzione è fondamentale in un paese moderno,
ma che la base sociale su cui l’istituzione regge e si rinnova è
rappresentata dal sistema delle compagnie, analogamente a come, nel sistema
economico, la grande impresa è un punto di riferimento ma non esaurisce
in nessun modo la capacità produttiva di un settore, che è
sostenuta dalla piccola e media impresa.
In
secondo luogo, le imprese di produzione devono fare i conti con il concetto
stesso di “privato” e con la differente valutazione che di esso danno le
diverse forze politiche. C’è stato in questi anni il sospetto che
il privato in teatro venisse vissuto come un valore residuale e sul quale
non fare quindi i necessari investimenti, contraddicendo a tutto quanto
stava accadendo, per opera della stessa compagine governativa, nel resto
dell’economia; che si volesse creare forzosamente un dualismo tra le istituzioni,
che si occupano per definizione di cultura, e l’impresa privata,
che si occupa per definizione di mero intrattenimento. Che l’arte, come
ebbe a dire Sergio Fantoni in un suo intervento alla Convention 1999
del teatro, o è “istituzionale” o non è.
“Negli
ultimi anni, grazie anche ad una certa politica teatrale, si è diffusa
la pericolosissima convinzione che solo le strutture istituzionali possano
offrire le garanzie necessarie per una “corretta” creazione artistica…
Insomma sembra quasi che l’intervento pubblico possa imprimere una sorta
di sigillo di garanzia artistica su qualsivoglia attività, configurandola
nell’ambita nicchia d’attività di “pubblico interesse”. E anche
tra i privati (produttori, registi, attori) si è sempre più
convinti che solo un lauto riconoscimento possa legittimare il proprio
lavoro come lavoro “artistico”… Mentre la disparità dei mezzi a
disposizione, per lo spettacolo, in un’istituzione pubblica, rispetto ad
una privata, non fa che alimentare la convinzione che: “ Beh, con tutti
tutti quei soldi, anch’io saprei essere creativo!” Insomma l’equazione
è instaurata: istituzione = soldi = arte. E l’aspetto più
volgare di questa tendenza, che vorrebbe riservare solo alle istituzioni
pubbliche la vocazione alla creazione artistica, è la sottintesa,
ma esplicita convinzione, che tutto ciò che non è pubblico
non può essere artistico. Con la conseguenza, nefasta, ma spesso
infruttuosa, di costringere “il privato” a essere sempre più “ di
mercato” e di conseguenza fuori da quell’interesse pubblico tanto qualificante”.
Da
quando il dibattito su “pubblico e privato” ha ripreso quota, grazie anche
alla trasformazione in fondazione di molti enti lirici e di alcuni teatri
stabili pubblici, ha ripreso vigore un concetto che nelle intenzioni di
molti dovrebbe diventare il vero punto qualificante di distinzione e quindi
di selezione, la presenza o meno del “fine di lucro”. Dove il pubblico
non ha per definizione e per statuto fine di lucro e il privato invece
conserva questo beneficio e questa possibilità, avendo meno diritto
quindi a godere delle agevolazioni riservate al lavoro culturale.
E’
una distinzione debole, basata su degli equivoci concettuali: pubblico
non corrisponde di per sé a “con forti finalità pubbliche”
e a “mancanza di fine di lucro”, concetti che possono essere condivisi
con situazioni, enti, persone giuridiche del tutto diverse. Pubblico significa
proprietà (si badi, non gestione) pubblica, cioè almeno il
51 per cento della proprietà in mano a enti pubblici; significa
consigli di amministrazione dove il controllo dell’ente pubblico è
determinante e dove la partecipazione dei privati è di puro supporto
e di consenso sociale. La proprietà pubblica può dar luogo
a una gestione di diritto privato, come è il caso delle fondazioni.
Analogamente,
privato significa proprietà dei soggetti privati almeno al 51%,
ma non significa necessariamente mancanza di “finalità pubbliche”
o necessità di esercitare il “fine di lucro”. Ne consegue che la
fisionomia del privato in campo culturale non può essere appiattita
su quella del puro intrattenimento e dello sfruttamento del mercato così
come è. Non si tratta, chiaramente, di fare una pura deduzione logica,
si tratta di osservare la realtà che abbiamo sotto i nostri occhi
e di capirne le possibilità di evoluzione.
A
parte il fatto che il sistema culturale italiano non è così
evoluto da permettersi di relegare una parte dello spettacolo dal vivo
tra le voci da non sostenere, perché oggi e per molti anni ancora
lo spettacolo dal vivo ha un valore aggiunto in sé rispetto alla
comunicazione di massa, è indispensabile capire la fisionomia che
ha assunto il fare teatro da privati in Italia, al di là delle necessarie
e un po’ sommarie catalogazioni strutturali. Se per uno studioso di economia
dello spettacolo la compagnia d’avanguardia con residenza stabile a Roma
e la compagnia del Bagaglino possono essere fenomeni strutturalmente omologhi,
è evidente che dal punto di vista delle vocazioni, della fruizione
culturale e della funzione sociale si tratta di esperienze che hanno poco
da dividere. Tornando al discorso iniziale, tra le compagnie di prosa di
prima e dopo la seconda guerra mondiale c’era una omogeneità culturale
che oggi non è più sentita come necessaria, a vantaggio di
vocazioni più definite e in qualche modo specialistiche. La compagnia
“generalista” esiste e prospera e viene ancora percepita come l’asse portante
del sistema delle compagnie, ma non è un caso che le cooperative
teatrali sono nate a suo tempo come movimento di opposizione alle compagnie
impresariali, come la volontà di un gruppo di attori di “autorappresentarsi”,
di provare a fare da sé, senza la ingombrante figura dell’impresario.
Con tutto quello che la scelta comportava, in ordine al repertorio, alla
messa in scena, al pubblico che si preferiva frequentare. Come non è
un caso che il movimento nato dalla quarta area e oggi riunito sotto la
sigla di Teatri d’arte contemporanea si ponga come allora, e forse
con la stessa ingenuità, come il termine di riferimento per ogni
tentativo di innovazione nel nostro teatro. Tra il teatro inteso come impresa
industriale, il teatro con la spiccata fisionomia culturale delle avanguardie,
il teatro delle cooperative e oggi dei gruppi di base o territoriali o
residenti che dir si voglia, il teatro degli attori capocomici, esistono
molte affinità strutturali, a livello economico e sociologico, ma
minori legami culturali: sono fenomeni che camminano su sentieri distinti
e paralleli e ancora non sono riusciti a creare un ambiente certo e consolidato
per lo spettacolo dal vivo.
Per
questo è così difficile fare oggi un discorso sul teatro
privato in Italia: perché si avverte che siamo in un periodo di
grande trasformazione, perché non ci sono punti di riferimento collaudati
e apprezzati, perché il tentativo di polarizzare la vita della nostra
scena tra grande istituzione dedita per statuto alla cultura e all’arte
e grande impresa dedita per necessità al puro intrattenimento rischierebbe
di frantumare le capacità espressive dell’intero teatro italiano.
E’
difficile pensare infatti che la nostra società dello spettacolo
possa fare a meno del largo spettro di attività offerto dalle imprese
di produzione, le quali nella maggioranza dei casi offrono un prodotto
di qualità, selezionando un proprio settore di pubblico, facendo
nascere nuovi talenti, proponendo un repertorio attuale, frequentando circuiti
in cui difficilmente si presenta l’impresa pubblica, diventando nei fatti
un elemento di stimolo e di concorrenza.
Fioravante Cozzaglio
Gennaio 2001
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