“Bellissima Maria” di Cavosi con Ottavia Piccolo
Piccolo 21/02/2003 - Alberto Rochira
Udine Quando una donna “comune” decide di dire sì alla vita con tutta se stessa, le convenzioni dell’aurea mediocrità borghese e le regole dell’amore istituzionalizzato nel matrimonio vengono inevitabilmente sconquassate e distrutte. L’irrompere della passione è capace di invertire il corso “normale” delle cose, stravolgendo il tempo lineare fino a trasformarlo in flusso ciclico “eterno ritorno dell’identico”.
La donna in questione è la “Bellissima Maria” magistralmente interpretata da Ottavia Piccolo, protagonista dell’omonimo lavoro di Roberto Cavosi, in questi giorni sui palcoscenici della regione (ultima replica questa sera al Teatro Odeon di La tisana).
La messa in scena, diretta e prodotta da Sergio Fantoni, sfoggia una Piccolo in ottima forma nel ruolo di un altro “mito femminino” costruito apposta per lei. Se in «Buenos Aires non finisce mai» , il testo teatrale di Vito Biolchini diretto da Silvano Piccardi, Ottavia aveva conquistato le platee d’Italia nei panni di « pasionaria » in rivolta contro la sanguinosa dittatura militare argentina, qui l’attrice dà voce e corpo all’istintiva “paladina” di una rivoluzione al femminile giocata non sul piano della denuncia politica e sociale, ma nel contesto, altrettanto impegnativo, delle complesse e spesso ambivalenti relazioni familiari.
Questa la storia: Maria, sarta di mezza età sposata dall’investigatore privato Rocco (Ivano Marescotti) in seconde nozze, s’innamora perdutamente del figlio adottivo Patrizio (Fausto Morciano), con cui inizia una relazione torbida e innocente, provocando la definitiva crisi di un fragile sistema di rapporti psicoaffettivi.
In uno sviluppo circolare, che parte e si conclude con la scena dell’incontro tra Rocco e Maria in una malinconica sala ballo, la vicenda si snoda tra le pareti della “prigione” domestica di una donna alle prese con la legittima affermazione della propria sensualità e la palestra di kick-boxing dove Patrizio si allena con l’amico Massimo (Lorenzo Carmignani), in un crescendo di sensi di colpa nei confronti del padre, accessi d’ira e disperazione.
La forma è quella di un racconto di suspense condito da elementi surreali, che si chiude con la prevedibile, anche se non scontata, tragedia del parricidio-suicidio: Rocco, infallibile cacciatore di amanti adulterini, scopre la tresca tra moglie e figlio e rivede il proprio destino nelle fotografie scattate sulla scena di un delitto passionale di cui è stato e sarà (per sempre) vittima. Patrizio, oppresso dal rimorso cercherà la morte in un incontro di boxe.
A fianco della Piccolo, irresistibile nella sua calibrata “naturalezza” con sfumature adolescenziali, Marescotti offre una buona prova d’attore nei panni dell’uomo tradito che precipita nell’abisso dei “perché” destinati a restare senza risposta. Convincente anche Morciano nella energica esplosione di giovinezza.
Il testo di Cavosi, pieno di rimandi alla grande tradizione del realismo alla Testori e alla Pasolini, ma anche ricco di suggestioni “televisive”, presenta spunti interessanti e qualche spinosità, specie quando si lascia andare a disquisizioni filosofiche.
L’ottimo disegno delle luci, le belle scenografie di Nicolas Bovey, il perfetto commento musicale di Paolo Vivaldi e la regia rigorosa di Fantoni formano un insieme armonico, certamente degno dei calorosi applausi del pubblico.
Alberto Rochira