Maria? Bellissima, ma sexy come mamma Bovary
L'Unità - Maria Grazia Gregori
Una storia d’amore, tradimento e passione sotto il segno dell’ambiguità. Un triangolo familiare che condurrà fatalmente all’annientamento dei protagonisti e che ha l’andamento di un giallo anni Quaranta ambientato in provincia, dove a contare non è tanto il delitto quanto la psicologia dei personaggi, le loro aspettative, le loro frustrazioni, quel nodo di sentimenti e sensazioni che non riesce mai a raggiungere il livello della coscienza ma che pesa sulle loro azioni come un mantello scuro.
E’ questa la nervatura segreta di “Bellissima Maria“ di Roberto Cavosi, poco più che quarantenne autore fra i più interessanti della nostra scena, temi prediletti il sociale (a lui si deve il fortunato esperimento radiofonico di Teatrogiornale con la teatralizzazione giornaliera di un fatto o di un evento) o la riscrittura, in chiave contemporanea, di miti classici. Bellissima Maria, in scena al Teatro Due di Parma e poi in tournée, testo vincitore del Premio Riccione 2001, pubblicato recentemente per i tipi di Ubulibri insieme a Diario oculare di Erodiade e Anima errante con il titolo di Trilogia della luna, appartiene al secondo ambito della scrittura di Cavosi ma con un’apertura vertiginosa, da girotondo onirico, sul mistero stesso della fatalità dell’amore. Da questo punto di vista Maria, sarta che ama ballare, seconda moglie amatissima e desiderata di Rocco, che per vivere fa l’investigatore, abituato a muoversi fra misteri e tradimenti coniugali, amata d’amore fatale dal giovane figliastro Patrizio che tenta la carriera di boxeur, è sì una Fedra di provincia, che presa dall’amore per il figliastro va consapevolmente verso la propria autodistruzione, ma inserita dentro un meccanismo quotidiano irreversibile che sa di olio di canfora e di sudore, dunque, in qualche modo, primitivo e, per molti aspetti, inspiegabile.
E’ un girone infernale quello in cui sono trascinati i tre protagonisti – ai quali si aggiunge un giovane che fa da sparring partner a Patrizio - , che ogni volta sembra percorrere strade diverse per poi ritornare, ineluttabilmente, allo stesso punto di partenza mentre la storia si snoda attorno a una fotografia in cui si delineano, con sempre maggiore chiarezza, i particolari come in un fatale blow-up che condurrà tutti alla morte.
Sergio Fantoni ha ambientato questo dramma (sfrondandolo e prosciugandone, per esempio, la realtà del rapporto maschile che lega Patrizio al suo amico, importante per capire anche la morte del giovane), a più piani anche con la secchezza dell’apologo, scandendo la scena in diversi spazi deputati – la macchina da cucire di Maria, il ring della palestra, il laboratorio fotografico di Rocco – e puntando molto sulle luci, che accecano, come il lampo del flash, anche gli spettatori.
Al centro di tutto ci sono gli interpreti e prima fra tutti Ottavia Piccolo che fa un grosso lavoro di approfondimento sul suo personaggio e che, certo, non ha la sensualità fatale che ci si immagina alla lettura secondo stereotipi consolidati, ma un erotismo materno, perfino “incomprensibile”, come quello che rende fatali tante Bovary di provincia. Ivano Marescotti è un vitale, sanguigno, concreto Rocco; il giovane Patrizio è Fausto Marciano che ha, purtroppo, solo il fisico del ruolo, mentre l’amico pugile è Lorenzo Carmagnani. E i pugni che si danno, come nella vita, sono rigorosamente veri.
Maria Grazia Gregori