Anna, giornalista (e donna coraggio) “non rieducabile”
Grande Ottavia Piccolo nel ruolo della Politkovskaja, assassinata 4 anni fa: immagini e suoni per una tragedia da prima pagina.
di Gianmaria Pitton, Il Giornale di Vicenza 14 novembre 2010l coro dei giornalisti ammazzati ha in Anna Politkovskaja una delle voci più alte e più note, una notorietà assunta purtroppo soltanto dopo il suo omicidio, il 7 ottobre 2006, mentre avrebbe meritato una mobilitazione internazionale che la sostenesse e la incoraggiasse a continuare nella sua opera di denuncia delle storture, della corruzione, della brutalità nascoste sotto la patina “politicamente corretta” della Russia moderna.
Anche perché la sua è la classica morte annunciata, come dimostra “Donna non rieducabile”, lo spettacolo di Stefano Massini portato venerdì da Ottavia Piccolo al Teatro Astra (prima data del cartellone di “Schio Grande Teatro”), per la regia di Silvano Piccardi, con l’arpista Floraleda Sacchi ad eseguire dal vivo le musiche di scena.
Oltre alla decine di minacce di morte, per posta e nella mail, Politkovskaja fu colpita da uno strano malore – si parlò di un tentativo di avvelenamento – mentre nel 2004 era in viaggio per Beslan, il luogo del massacro di bambini. Beslan, ma anche altri momenti spaventosi della guerra cecena – il Teatro Dubrovka a Mosca, l’attentato al palazzo del governo di Grozny, i saccheggi nei villaggi – sono già nel limbo della memoria, come se fossero parte di un'altra epoca, di un altro mondo. Eppure fanno parte della storia del nuovo millennio: uno dei meriti dell’opera di Massini, oltre alla rievocazione della voce di Politkovskaja, è di riportare l’attenzione – attraverso la diretta testimonianza della giornalista – su questi avvenimenti che sono il nostro recentissimo passato.
Il monologo mette in scena, semplicemente, il lavoro di Anna. Nulla di agiografico, né di eroico, perché la giornalista non si riteneva un’eroina, ma una persona che aveva scelto un mestiere e voleva farlo fino in fondo. Che poi fare il giornalista senza tessere di partito, nella Russia contemporanea (ma forse in tutto il mondo), significhi spesso entrare in conflitto contro i poteri forti che vorrebbero soffocare l’informazione, è una condizione che Politkovskaja accetta e vive senza lamentarsi, come non si lamenta quando, durante i ripetuti interrogatori, qualche militare o poliziotto usa la mano pesante su lei.
Ottavia Piccolo lascia parlare Anna, le presta la sua voce mentre si susseguono i quadri della narrazione, dal sangue che gocciola dalla testa del ceceno appesa, monito terrificante, a un gasdotto, fino al sangue, quello di Anna, su cui giacciono le borse della spesa che la donna stava portando nel suo appartamento quando fu uccisa a colpi di pistola. Appena quattro anni fa. L’attrice mantiene un registro di sobrietà anche nei passaggi più drammatici ed è la scelta migliore, perché il gesto insistito o l’espressione esasperata metterebbero in ombra la voce di Anna; il regista non riempie la scena di oggetti o di movimenti, è sufficiente un sapiente gioco di luci che rievoca una stra- da, un tappeto, una pozza di sangue. Efficace e sorprendente l’utilizzo dell’arpa, da cui Sacchi trae sia melodie delica- te, sia rumori strazianti nei momenti più cupi. La traduzione in immagini delle parole della giornalista è affidata allo spettatore e solo di quando in quando è suggerita, con eleganza, come quando i fogli bianchi, posati a terra uno ad uno, diventano le tombe dei bambini di Beslan mentre Ottavia-Anna ne scandisce i nomi e l’età. Viene in mente il memoriale dei bambini ebrei al Giardino dei giusti
di Gerusalemme: in un ambiente di specchi, rischiarato da una sola fiammella, una voce scandisce i nomi e l’età delle piccole vittime dell’odio.