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LA TRAGEDIA DELLA POLITKOVSKAJA IN UN EPICO RACCONTO TEATRALE
Monologo asciutto e scottante con una straordinaria Ottavia Piccolo.
di Matteo Pappalardo – "La Gazzetta del sud" – 22 febbraio 2011Non ha bisogno di scenografie né di effetti speciali, Silvano Piccardi, per raccontare a teatro la storia di Anna Politkovskaja: servono solo un tavolino e una sedia perché a contare, per il regista, sono le parole della giornalista russa, ritrovata uccisa il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo, a Mosca. Parole scomode per il governo russo, proprio come la sua testimonianza di inviata in Cecenia, tra attentati e una repressione che non ha volto, forse, ma che sa bene come e quando colpire.
E’ proprio la Politkovskaja la “Donna non rieducabile” (così viene definita in un rapporto della polizia russa stilato poco prima che fosse assassinata) del titolo della coinvolgente pièce di Stefano Massini, applaudita nei giorni scorsi alla Sala Laudamo, per la sezione “Concerto per attore solo” del cartellone di Prosa dell’Ente Teatro Peloritano, diretto da Maurizio Marchetti.
In scena, però, accanto a una straordinaria Ottavia Piccolo (che si conferma interprete intelligente e di spessore), c’è l’arpista Floraleda Sacchi, i cui puntuali interventi servono a scandire e a commentare musicalmente i vari momenti dello spettacolo che scorre via senza pesare (con i suoi sessanta minuti circa di durata), come tutto ciò che ti avvince, interessandoti profondamente. Anna (la Piccolo) racconta, in uno stile asciutto e diretto, descrivendoci le atrocità perpetrate dall’una e dall’altra parte (“senza prendere una posizione- rimarca la protagonista nel suo monologo – come invece fanno le persone intelligenti”) e l’arpa diventa ora l’eco della guerra, ora l’inno sovietico spappolato e stravolto, ora invece il rumore inquietante di ferraglia; solo qualche volta, infine, i suoni hanno accenti di pace, recando con sé un timido ricordo della famiglia, dei propri cari, della vita che la giornalista aveva lasciato a casa sua, nella capitale.
Una tranquillità che la Politkovskaja non esitò a sacrificare per denunciare ciò a cui assisteva, impotente e sgomenta, ma con la voglia disperata di capire, anche quando non ti è consentito; ma soprattutto con un’insopprimibile sete di giustizia che ti costringe a parlare e a denunciare senza piegare il capo al potere, infischiandotene delle continue pressioni e delle minacce di morte ricevute.
E se il compito di Piccardi (come ammette nelle interessanti note di regia) era quello di “mettere in scena uno sguardo”, possiamo dire che c’è riuscito molto bene, arrivando alla mente e al cuore dello spettatore; senza alzare i toni, evitando quella platealità (in questo caso inutile) tanto di moda negli ultimi tempi. Aiutato non poco, in questa impresa, dalla bravura di un’Ottavia Piccolo in gran forma, apparaci perfettamente a suo agio nei panni della protagonista, a cui dà voce con l’adesione e la credibilità di chi ha la corda civile ancora e sempre viva e sensibile. Di chi da sempre crede in un teatro d’impegno, rigoroso e onesto: con gli altri, certo, ma prim’ancora e innanzitutto con se stesso. E capisci come l’esperienza della Politkovskaja sia paradigmatica per tutti noi e abbia un significato che va al di là del singolo caso, che supera le vicende che la videro coinvolta, per riaffermare quel bisogno di verità di cui non possiamo fare a meno.