Gioele Dix sul palco rilegge il mito di Edipo tra Internet e comicità
Corriere della sera - Emilia Costantini
ROMA - Un uomo sulla cinquantina, di quei tipi spigliati, apparentemente simpatici, ma traboccanti di nevrosi, fa i conti con la sua vita, chiuso tra le pareti bianche di una clinica della salute. Reduce da una delusione amorosa, Anselmo (così si chiama) è in piena crisi esistenziale.
L'unico svago che gli è concesso nel ricovero coatto è quello di leggere ed egli rilegge, o meglio, racconta a una devota infermiera l'Edipo re di Sofocle. Il racconto diventa pretesto per un'autoanalisi paradossale che, scendendo nei dettagli del mito edipico, scarnifica la coscienza del narratore.
Edipo.com si intitola lo straordinario testo di Gioele Dix (anche protagonista dello spettacolo) e di Sergio Fantoni (anche regista), in scena al Teatro Vittoria. Come il neopapà americano che ha battezzato il primogenito «2.0» (come un software), così nel lavoro teatrale il tormentato re di Tebe viene incapsulato in una email. Un messaggio internettiano, che parte dall'antichità per approdare al Ventunesimo secolo, in cui si rimettono in discussione i nodi della vita di un uomo, nella fattispecie il nostro cinquantenne: dal mistero della nascita al confronto con il padre e la madre, dai primi turbamenti sessuali al tabù dell'incesto, dai rapporti con il potere all'estrema riflessione su Bene e Male. Una farneticante affabulazione: dall'Edipo di ieri emerge l'Edipo di oggi, con tutti i dubbi, le incertezze e le ansie dell'individuo del Duemila.
Ma i contenuti psicoanalitici vengono ribaltati alla luce di una moderna sensibilità: Edipo viene processato e assolto.
«Ho ucciso mio padre? dice il personaggio ma non sapevo che lo fosse e se l'avessi saputo l'avrei ucciso tre volte, perché era lui che voleva uccidere me, rifiutando la paternità. Mi sono congiunto con mia madre? Ma non sapevo che lo fosse e poi chi, tra noi uomini, non ha mai desiderato almeno una volta che la propria moglie somigliasse alla propria madre?». Quanto poi a quel professore di Vienna, un certo Freud: «Ha fatto fortuna, in mio nome, speculando sui complessi di colpa».
Un'invettiva che, tra comicità esilarante e momenti di intensa drammaticità, vede Gioele Dix interpretare tutti i personaggi della tragedia, trasportati nella contemporaneità. E chi, tra loro, rappresenta il potere, assume maschere e movenze dei potenti di oggi: Creonte parla come Romano Prodi; il reticente indovino Tiresia, che sa e non vuole dire, somiglia a un «padrino» siciliano in certi processi di mafia; e lo stesso Edipo, primo cittadino di Tebe, si atteggia a un improbabile premier Berlusconi « liftato». Al contrario dell'eroe tragico, però Anselmo non si accecherà per purificare l'onta dei suoi peccati e liberare Tebe dalla pestilenza. Novello Ulisse, preferirà conoscere il suo destino e la realtà che lo circonda fino in fondo, anche a rischio di naufragare.
Emilia Costantini