Appunti delle prove di Sergio Fantoni
MILLER CHE STORIA RACCONTA?
L’aiuto regista - Una storia di ribellione. Arcaicamente Lyman non riesce ad allinearsi al “costume” in voga.
L’assistente alla regìa - La storia sembra mostrare che la schizofrenia è la nuova unica felicità. Un uomo tenta, senza riuscirci, di liberarsi del senso di colpa, a prescindere, generalizzato.
Sara - È la storia di un uomo che ha scelto se stesso, che non si vuole confrontare con nessuno.
Giorgia - È la storia di un uomo che non sa scegliere, che non può scegliere. Un uomo che si lascia trascinare dalla vita.
Sergio B. - È la storia di un uomo “relativista”. Portatore di un pensiero “leggero” di fronte a “pensieri forti”. Soffre di “pirandellismo” acuto.
Andrea - È la storia di un uomo che ha paura della morte, che non accetta la morte. Per paura di morire non vive. “Sdoppia” la sua vita per prolungarla. Usa la sua energia vitale per rinascere giorno dopo giorno.
Benedetta - Un esempio di claustrofobia umana. Il disastro della religione, delle ideologie. Mostra l’impossibilità della felicità.
Sergio F. - Il dilemma del personaggio? Essere se stesso. Vivere sinceramente il proprio “senso”, il proprio essere.
Un uomo cerca di capire il perché di un suo gesto: quella corsa in macchina di notte, nella bufera di neve, era un tentativo di suicidio o un disperato desiderio di rigenerazione? Era un gesto vitale oppure uno sberleffo alla morte che stava per portarselo via? È un tentativo di autoanalisi con l’aiuto dei ricordi dei protagonisti della storia: Theo, Leah, Bessie, Tom. Lyman, il protagonista della storia, la risposta non la troverà. Resterà nel dubbio. Le ragioni, in fondo, sono tante, troppe.Nella vita gli equilibri che volta a volta raggiungiamo sono labili, variabili. Le forze che guidano le nostre azioni spesso sono divergenti e contraddittorie. Miller ci dice che siamo illeggibili, opachi, se non addirittura oscuri, come “statue allineate nella navata di una chiesa”. Inspiegabili e non riducibili a schemi o teorie. “Annaspiamo, ci cerchiamo, abbiamo paura…” . Di una cosa però siamo certi: le strutture psicologiche e sociali non ci aiutano neanche un po’ nel nostro sacrosanto diritto alla felicità. Ma forse questo diritto ce lo siamo inventati noi. Farsa o tragedia? Tagliamo la testa al toro: farsa tragica. Un apologo a tesi. Va bene? Si dice che quando un personaggio non riesce a uscire dalla gabbia del sé o delle sue idee sia un personaggio tragico. In questa vicenda tutti i personaggi sono ciechi, sordi, arroccati nella corazza del proprio io e delle proprie idee. Sembrano non avere scelta. Escono di scena così come sono entrati. Immutati e immutevoli. L’esperienza dolorosa e vitale non è servita a nulla. In questo sono davvero tragici. Ma è anche vero che una simile intransigenza ha un aspetto fondamentalmente comico, vista da fuori. E questo è certamente l’aspetto più propedeutico del testo di Miller. Anche in un’opera come questa si sente affiorare prepotente il suo impegno civile nella spietata analisi dei conflitti che avvelenano la nostra vita.
A proposito di Giù dal monte Morgan:
…è un dramma veramente politico. È il mio lavoro più anticonvenzionale e meno rassegnato. Ha a che fare con la politica dell’anima.
E non con quella dei picchetti fuori le fabbriche, perché è questo il mondo in cui viviamo oggi. Il dibattito che vi è contenuto riguarda infatti la possibilità stessa di un universo morale…
Sergio Fantoni