Arthur Miller, Amore e Politica
di Furio Colombo (L'Unità, 11 febbraio 2005)
Tre immagini restano in mente di lui: la ripresa filmata della seduta al Senato degli Stati Uniti. Arthur Miller, giovanissimo autore di teatro già famoso, già noto nel mondo, tiene testa al senatore Mc Carthy, che lo accusa di comunismo, rifiuta di fare nomi di complici, rifiuta persino di vendicarsi del fraterno amico Elia Kazan, che lo ha denunciato per liberarsi dalla persecuzione.Dice del suo accusatore in udienza: «È un grande regista». Ma non si lascia piegare dal senatore della caccia alle streghe che agita un pezzo di carta e gli intima: «Abbiamo tutto scritto qui, confessi». Un cameraman è riuscito a filmare Mc Carthy alle spalle: il foglio d'accusa era bianco. La folla che aspettava fuori ha accolto Arthur Miller con un grande applauso. Joseph Mc Carthy, di professione calunniatore e cacciatore di streghe, cominciava a finire in quel momento. Arthur Miller, per molti americani, è nato allora e non è più uscito dalla scena dell'impegno politico.
Mi diceva che gli piaceva definirsi antifascista perché aveva combattuto in Italia e aveva visto bene che cosa era il fascismo.
Me lo ha detto la prima volta nel 1960, la mia prima intervista con lui per Il Mondo di Pannunzio. Me lo ha detto l'ultima volta tre anni fa, in casa del poeta Arnold Weinstein, a New York. C'era anche la figlia Rebecca e a lei Arthur Miller ha detto: «Io sono stato fortunato. Quando hanno cominciato a darmi del comunista c'era la stampa libera. Mc Carthy era un mentitore ma non controllava le televisioni. In Italia è molto peggio. Un calunniatore ricco e che possiede tutte le televisioni non c'è mai stato, neppure a teatro».
La seconda immagine è il matrimonio con Marilyn Monroe. Arthur Miller abita già nella fattoria di Roxbury, nel Connecticut, in cui è morto l'altro ieri. Un amico giudice li ha sposati in giardino e doveva essere una festa privata, ma li hanno fotografati e filmati con un elicottero. Era uno dei primi «Sirkowsky» e lui non l'ha mai dimenticato, da uomo di teatro, per i violenti colpi di vento che arruffavano alberi, giardino, i capelli biondi della nuova moglie.
La terza immagine è Arthur Miller che si aggira per il teatro Eliseo, a Roma, mentre Monica Vitti sta provando la versione italiana di Dopo la caduta . Si trattava di aggiustare parole, di rifinire dialoghi. Miller era di quegli americani che prestano attenzione ai Paesi e alle culture degli altri e ne ascoltano la lingua. Ascoltava. Gli piaceva il suono, la voce di Monica Vitti. Diceva che mai nessuna attrice era stata Marilyn come lei.
C'è stato un lungo periodo in cui Arthur Miller ha abitato da solo al Chelsea Hotel, nella Quattordicesima strada. Lavorava a Incidente a Vichy e insieme abbiamo rivisto una nuova edizione del suo unico e bellissimo romanzo Focus , storia (come ncidente a Vichy ) di antisemitismo tenace, velenoso e mascherato. Tutti ricordano l'immagine di Arthur Miller, rimasta intatta fino a questi ultimi anni, le sue spalle da atleta e il suo volto fotogenico. L'immensa accettazione mondana seguita al suo legame - rimasto perenne nella testa di tutti - con Marilyn Monroe, avrebbe potuto essere un passaporto senza frontiere. Arthur Miller è rimasto poco mondano, molto antifascista e molto attento alle trappole insidiose del razzismo. Nel periodo del Chelsea Hotel, il momento era magico. Al piano di sopra c'era Mario Schifano con la sua corte di ragazze, e i suoi quadri che nascevano uno al giorno, al piano di sotto andava e veniva Jasper Jones. I Rolling Stones, soprattutto Mick Jagger, in fondo al corridoio, dall'altra parte delle scale. In quell'hotel che è stato per qualche anno tutto ciò che, in una immagine febbrile e stroboscopica, chiameresti America, Arthur Miller è tornato a volte con Inge Morath, la grande fotografa che era diventata sua moglie e che, nel periodo della loro unione calma e felice, ha fatto - oltre alla bellissima figlia Rebecca (l'autrice del libro e del film Personal Velocity di cui il padre era immensamente orgoglioso) le sue più belle, indimenticate fotografie - di Arthur e dei grandi personaggi (ma solo arte, teatro, cinema, letteratura) del mondo. Viveva ormai nel Connecticut ma al Chelsea Hotel di New York ci davamo appuntamento, ogni volta che eravamo tutti a New York, con Arnold Weinstein, Larry Rivers (e il suo sassofono), William Bolcom (vicino al pianoforte). Invece di rimpiangere altri luoghi e altri tempi ognuno parlava del suo lavoro. E anche se le ossessioni erano sempre le stesse (è del 1994 il bellissimo Broken Glasses , dramma di psicoanalisi e nazismo) Arthur Miller, lungo, dritto e tranquillo come un ragazzo era di quelli che travalicano gli ottant'anni guardando avanti, poco adatto alla nostalgia, molto al lavoro. Quando lo chiamavo dall'Italia rispondeva lui al telefono, senza il filtro della segreteria telefonica o dei tanti altri modi di proteggersi delle persone celebri.
Aveva scritto alcuni atti unici sulla vecchiaia e me li aveva mandati. Gli piaceva che il lavoro non si fermasse, anche se notavo che le sue scene si spopolavano: sempre meno personaggi. Certo gli ha pesato la scomparsa di Inge, che era diventata il motore della sua vita, molto intensa e, come sempre, niente affatto mondana. Non ho conosciuto la giovane artista che gli è stata accanto in questi ultimi due anni. È stato lui a raccontare che, quando li hanno presentati, lei ha detto: «Arthur Miller? Ma non era morto?». Quando, dieci anni prima, gli avevo dedicato una serata all'Istituto Italiano di Cultura di New York (con Uno sguardo dal ponte era stato l'unico commediografo americano a narrare la vita di immigrati italiani) lui aveva esordito con bel sorriso: «Beh, sì, non sono ancora morto».
C'era una sorta di rude affetto, di amicizia antica e ritrosa. L'importante, diceva, è ritrovarsi sempre.