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Arthur Miller, un inno alla bigamia
di Franco Quadri

E' normale che il trascorrere del tempo aiuti ad assestare i giudizi sulle letture dei testi contemporanei. Può quindi accadere a uno scrittore scomparso lo scorso anno come Arthur Miller che se ne possa rivalutare ora l'ultimo periodo meno ambizioso ma più sincero.
E' il caso di Giù dal Monte Morgan, tragicommedia che debuttò nel 91 a Londra e un anno dopo in Italia, quando era forse troppo attesa per non deludere, dati i materiali un po' da telenovela usati per introdurre la vicenda di un assicuratore americano albanese d'origine e condiscendenze ebraiche, come l'autore, che rischia di uccidersi in auto giù per una nevosa discesa montana e si ritrova davanti in ospedale le due mogli con le quali convive part-time, a loro insaputa.

Ora liquidati gli effettismi più banalmente informativi nella prima parte, la pièce si impenna nella seconda, quando l'autore ispira al suo protagonista una tesi che evidentemente condivide. Andando avanti e indietro nel tempo con i rapidi flashback, in una scena di Paolo Baroni che riprende l'idea originaria di lasciare sempre al centro il letto d'ospedale con la gamba di gesso vuota e l'impalcatura per la trazione del braccio inattiva, la regia di Sergio Fantoni scava, al di là dello humour, in quel tentato suicidio forse inconscio, usato per mandare al diavolo il perbenismo rivendicando una voglia di pluriconvivenza più adeguata ai tempi.

Per questa causa si batte con convinzione crescente Andrea Giordana, conteso tra una superba Benedetta Buccellato e una Giorgia Senesi sulla difensiva, mentre anche l'infermiera nera della spiritosa Fèlicitè Mbezelè avanza le sue pretese.
Franco Quadri