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LA PAROLA AL REGISTA - Sergio Fantoni
Ah! La commedia! Innanzi tutto bisogna dire che è una gioia “lavorare” questa materia. E ti domandi perchè non la si “lavori” più spesso. Le obiezioni più comuni a questa scarsa frequentazione sottolineano la mancanza di una tradizione italiana di “commedia” nella nostra letteratura (e Goldoni, Eduardo?), il fatto che la nostra lingua non si presta alla leggerezza della commedia ma è più adatta alla farsa o al dramma (anche la tragedia sarebbe esclusa), e anche che la tradizione attorale nostrana, in fondo, non ha mai dato grandi interpreti in questo settore (Mah! In questo momento mi viene in mente un nome per tutti, per chi lo ricorda: Sergio Tofano). Osservazioni che non sarebbe impossibile controbattere. 
Resta il fatto che è molto difficile ascoltare sui nostri palcoscenici un buon “Wilde”, o un buon “Shaw” o chi per loro. Vorrei aggiungere, sottovoce, chè non mi sentano, che anche una certa critica si è da sempre impegnata a marcare il confine tra un “certo” teatro e “l’altro” teatro, detto “leggero”. Ma torniamo al piacere, direi fisiologico, che si prova a costruire una commedia.  Quasi sempre si difende o si esalta “la materia” che si ha tra le mani più per dovere di ufficio che per sincera convinzione ma questa volta è diverso, credetemi. E’ gioia allo stato puro. Forse è la struttura stessa della commedia, che costringendoti a una insolita ginnastica, fatta di leggerezza e lucidità, provoca questa sensazione. 
Con la scommessa di non perdere d’occhio, nel ritmo e nel succedersi delle situazioni, l’umanità dei suoi personaggi: le loro poche verità e le tante bugie. Perchè nelle commedie si dicono tante bugie, tutti dicono un sacco di bugie. Ma non per il piacere di mentire, no, solo per difendersi dal testo, dal plot, che  a ogni passo tenta di spingerli verso l’abisso della logica, della coerenza, della verosimiglianza. 
Loro invece, i personaggi della commedia, preferiscono le alte sfere, o basse, a seconda del punto di vista, dell’incoerenza, dell’iperbole, del paradosso, dove la libertà dagli schemi è di casa e tanto peggio per chi non riesce godere di questa irresponsabile leggerezza. Ecco, questa è un’altra bella scoperta. Nella commedia le parole perdono il loro valore di “verità” e diventano parole bugiarde, scudi, paraventi dietro cui nascondersi, al riparo delle quali gestire tranquillamente segreti e sentimenti  troppo serii per essere “parlati” in pubblico. Le parole, nella commedia, sono strumenti teatrali, drammaturgici, direbbero i soliti informati, ed è giusto che sia così, credo, a teatro. Provocano o sciolgono crisi, conflitti, che non verranno mai alla luce, innestando nuovi malintesi, equivoci, in altre parole: la commedia. Mi sono perso, avrei dovuto parlarvi del “Libertino” e invece vi ho detto delle ”parole bugiarde” della commedia. Forse perchè non mi sembra  corretto che sia io a parlarvi del “Libertino” e di Schmitt. A me ovviamente è piaciuto, se non altro per avermi suggerito le osservazioni appena dette, e continua a piacermi. Per ora, mi permetto solo di augurarvi di provare, anche voi, anche solo per un attimo, quella sensazione di felicità che la libertà dalle convenzioni, il diritto alla contradizione, il rifiuto della logica possono dare. Mi auguro anche che, nello stesso tempo, vi possiate divertire, naturalmente.
Sergio Fantoni

LA PAROLA ALL'AUTORE - Eric-Emmanuel Schmitt
E’ la più gioiosa delle mie commedie. Scritta in primavera, per celebrare la primavera, con un forte sentimento di rinascita e di energia vitale.
Apparentemente la più leggera delle mie commedie, essa è il risultato di molti anni di lavoro e ricerca.
Il suo personaggio principale, Diderot, è stato una delle mie passioni giovanili e l’oggetto dei miei studi universitari.
L’ho letto, riletto, analizzato, sviscerato; ho studiato tutta la letteratura che lo riguardava; e dopo molti anni, ho raggiunto una mia visione del filosofo che ho presentato nella tesi discussa nel 1987.
E già mentre terminavo la tesi, promisi a me stesso che un giorno avrei dedicato una commedia a questo straordinario personaggio. Volevo raccontare come lui era in carne ed ossa, la sua follia, la sua vivacità, mostrare come fosse libero, libero di cambiare idea, libero di contraddirsi, libero di ricominciare da zero, non smettendo mai di pensare e mai di avere dubbi.
La posterità, che ha sempre avuto problemi a definirlo e che tuttavia non è mai riuscita a liberarsene, ha scelto di immortalarlo nella posa di pensatore scientifico o nel busto marmoreo di precursore materialista.
Ma Diderot non si lascia imprigionare in una statua di bronzo. Insieme a Lucrezio e Montaigne, fa parte dei cavalieri del dubbio, di coloro che sanno che pensare non è conoscere.
Una teoria non è che una finzione, la filosofia appartiene alla letteratura. Spiegare il mondo vuol dire formulare ipotesi, rischiare analogie, avere colpi di genio che non sono lontani da accessi di follia, vuol dire affrontare dei rischi.
Il filosofo deve ammettere che non arriverà mai ad affermare niente che non possa essere messo in discussione; la verità è una meta, ma una meta irraggiungibile, come la linea dell’orizzonte che indietreggia mentre gli andiamo incontro. 
Filosofi come Lucrezio, Montaigne e Diderot ribadiscono costantemente la fragilità costitutiva del pensiero e la necessità comunque di continuare a pensare.
Il Libertino è basato su un aneddoto realmente accaduto: la seduta di pittura che riunì Diderot  e Madame Therbouche. Madame Therbouche domandò a Diderot di denudarsi interamente e lui lo fece; ma, poiché lei era avvenente, i pensieri del filosofo cominciarono a palesarsi fra le sue gambe. Quando Madame se ne avvide, scandalizzata quanto lusingata, lanciò un grido; al che Diderot tenne a precisare: “State tranquilla, io sono meno duro di lui.”
Mi divertiva questa inversione di situazioni e di valori, l’uomo oggetto e la donna soggetto, la filosofia che posa per la pittura senza ricadere sulle solite immagini di “vanità” – il teschio, il libro, la clessidra, il meditare alla debole luce di una candela tremolante di un vegliardo prossimo alla morte -.

Ho inserito i problemi che Diderot ha avuto per vent’anni con la stesura dell’Encyclopedie.
All’epoca i lettori benpensanti  furono scandalizzati per l’assenza della voce Virtù in quella che doveva essere al mondo la prima Somma Enciclopedia.
Nella mia commedia, la Virtù viene sostituita dall’Etica che è più evocativa per le nostre orecchie, oggi, e ho concentrato, nelle peripezie relative alla redazione di questa voce, le difficoltà che Diderot attraversò per tutta la sua vita nel cercare di scrivere una Morale solida e definitiva.
Come per molti filosofi l’ambizione di Diderot era di scrivere un trattato sulla filosofia morale. Forse  cominciò a scrivere proprio per raggiungere questo scopo; ed è questo che io racconto all’inizio della commedia.
Alla fine della sua carriera, dopo molti tentativi, confessò la sua sconfitta, non era riuscito a trovare la Morale; non aveva scoperto che tanti singoli problemi morali che richiedevano di essere approfonditi e studiati caso per caso, e la cui soluzione era sempre improvvisata, sempre contingente, sempre fragile, e in definitiva discutibile; ed è quello che racconto alla fine della commedia.
Che cosa accade nel frattempo?
Dal punto di vista dell’individuo, Diderot, afferma una morale permissiva e libertaria.
Tutto è permesso a condizione che si non danneggi se stessi o gli altri.
Non ci sono referenti divini o religiosi a cui le nostre azioni possano uniformarsi. Così, per Diderot, le particolarità sessuali, dall’onanismo all’orgiastico, passando attraverso l’omosessualità, sono ammesse dal momento che sono praticate da adulti consenzienti. Il matrimonio non deve essere appesantito da un assurdo giuramento di fedeltà perché i desideri sono diversi, molteplici, in mutamento, sempre nuovi, e sarebbe contro natura reprimerli.
Il matrimonio non è dunque un codice di comportamento, una camicia di forza giuridico-religiosa ma un contratto di reciproco impegno e che riguarda essenzialmente i beni materiali e i figli.
Nella vita di un uomo e di una donna tutte le pulsioni, a condizione che non siano dannose, hanno il diritto di esprimersi. E’proibito proibire.
Mentre, dal punto di vista della società, Diderot vede le cose diversamente e restaura una morale tradizionale. Il matrimonio resta necessario per l’educazione dei bambini, per il loro futuro giuridico e per la trasmissione dei beni.
Diderot vorrebbe consolidare la posizione di sua figlia nella società con un marito scelto da lui, e si preoccupa perché lei invece si dedica troppo ai suoi desideri e teme che i suoi capricci possano impedirle di trovare uno sposo ricco e rispettabile.
In breve, passando dall’individualità alla società o da se stesso ai suoi figli, il libertario diventa borghese, il rivoluzionario arriva a parlare come un reazionario.
E’ vero, queste contraddizioni sono divertenti – sono l’essenza della commedia -  ma sono soprattutto umane. Chi non è mai stato schiacciato fra il desiderio e la legge? Fra ciò che permettiamo a noi stessi e proibiamo agli altri?
Diderot, sperando di trovare una morale, ne trova due, spesso in contraddizione.
Lontano da un unico e sintetico discorso, arriva sempre a cadere su tensioni inconciliabili.
Rinuncia a scrivere il suo trattato, dà prova di umiltà: da ora in avanti si orienterà caso per caso, nel dubbio e nella deliberazione.
Ho volontariamente complicato le cose sviluppando il personaggio di Madame Therbouche, che, se fu realmente una pittrice, fu anche un’imbrogliona che raggirò Diderot.
E lui, truffato, ingannato, abbindolato, non prova alcuna collera: anzi con sua sorpresa ne è sedotto.
Perché? Perché un bel crimine è un bel gesto, è quasi un’opera d’arte. “Nerone era un artista quando si concedeva lo spettacolo di Roma divorata dalle fiamme.” Diderot qui è quasi dissacrante e si avvicina a Baudelaire. Crede di cercare il Bene, di scovare il Male; in realtà sta inseguendo il Bello, il Bello in tutte le sue forme e stili, compreso il Bello immorale: “La seduzione di un bel crimine…”
Morale del Bello, morale dell’esteta, polverizzazione del Bene e del Male rimpiazzati da il Bello e il Brutto, quindi fine della Morale.
Povero Diderot!… La sua morale dell’individuo era fondata sulla nozione di Buono e Cattivo, la sua morale sociale  sul Bene e sul Male, e la sua morale implicita e fondatrice sul Bello e il Brutto. Il problema era ancora più complesso di quanto lui stesso volesse ammettere…
Se Il Libertino ha l’aspetto di un vaudeville, è soprattutto un vaudeville filosofico. Le donne che entrano ed escono, le donne che si nascondono nelle stanze da letto, sono ovviamente dei personaggi, ma sono anche delle idee.
Tutte intelligenti; tutte seducenti; fanno girare la testa del filosofo.
La scena è un luogo oggettivo – l’atelier di Diderot – ma anche lo spazio mentale del personaggio. La sua geografia è anche filosofica. Diderot ne “Il Libertino” come Freud ne “Il Visitatore”, vive una meditazione a occhi aperti, un sogno diranno gli uni, un incubo diranno gli altri, ad ogni modo un momento molto intimo, anche se le porte sbattono, anche se, come ho potuto vedere nelle varie rappresentazioni in tutto il mondo, quello che la commedia offre principalmente è un momento di fascino, di carne, di seta, di eleganza e voluttà.
Eric-Emmanuel Schmitt

LA PAROLA ALL'ATTRICE - Ottavia Piccolo
Una grande gioia essere in scena, finalmente un personaggio che mi chiede di essere leggera, vitale, forte, seducente e vincente.
Un copione che ho amato alla prima lettura.

Il filosofo Diderot, che ovviamente conoscevo, che amavo e che ho studiato (il suo “paradosso sull’attore” è un mio testo guida), qui mi è compagno di viaggio, nelle sembianze poco vestite di Gioele Dix, e le due ore trascorse in scena con lui sono un continuo gioco gioioso.

Ho affrontato la mia Madame Therbouche con energia, la passione e la follia che Sergio Fantoni mi ha aiutato a liberare e che spero arrivino al pubblico assieme alla mia felicità.
Ottavia Piccolo

LA PAROLA ALL'ATTORE - Gioele Dix
Mi piace diventare ogni sera Denis Diderot. Soprattutto perché mi è simpatico. Fin dai tempi del liceo ho provato istintiva simpatia per i filosofi illuministi. facevano un mestiere eccentrico, spesso scomodo, poco prevedibile. Anche se c’era filosofo e filosofo.
C’era Voltaire, ad esempio, studioso di grande acume, ma uomo terribilmente noioso. Oppure Rousseau, che era pensatore geniale, ma insopportabilmente pieno di sé. E poi c’erano quelli come Diderot: onesti mestieranti del pensiero, candidi confusionari, incoerenti libertini, consapevolmente e gioiosamente cialtroni.

Insieme a D’Alembert, Diderot si mise in testa un progetto impossibile come l’Enciclopedia e cercò di portarlo a compimento in mezzo a mille difficoltà, metà delle quali - almeno - provocate dal suo stesso carattere e dalle distrazioni che si concedeva.

Il filosofo, dunque, scongelato dalla fissità marmorea della Storia del PENSIERO Umano. Un uomo affascinante, ingordo di vita, che si contraddice proprio perché PENSA.

Dice Diderot nello spettacolo, con soddisfatta amarezza: non lascerò granché ai posteri, perché sono più bravo a letto che alla scrivania. E io ogni sera mi chiedo, con soddisfatto stupore: che sia questo l’esatto significato dell’espressione “prenderla con filosofia”?
Gioele Dix