agenda
CHIUSURA ESTIVA
Comunichiamo che i ns. uffici resteranno chiusi da venerdì 30 luglio a martedì 31 agosto.
Saremo di nuovo operativi dal 1° settembre.
Per comunicazioni urgenti potete contattarci al num. 335/5652037.
UN TEATRO CANDIDO COME L'ONESTA'
di Furio Colombo
Sergio Fantoni e Ottavia Piccolo portano a Roma un Voltaire da applausi
>> leggi tutto

La prossima stagione

newsletter
Iscriviti per aggiornamenti sulle nostre iniziative.
Inserisci la tua e-mail:
Iscriviti
Cancellati
ARCHIVIO
COMUNICATO
MADDALENA CRIPPA e MAURIZIO DONADONI
in

L'ANNASPO
di Raffaele Orlando

regia Cristina Pezzoli

Diplomato in regia teatrale con Orazio Costa, attore e dicitore di versi, aiuto di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano, Raffaele Orlando scomparve nel 1962 a soli 33 anni, senza avere il tempo di vedere in scena, e pubblicato nella prestigiosa Collezione di Teatro, Einaudi, questo suo unico dramma, definito da Masolino D'Amico "una delle poche leggende del teatro italiano moderno" e ora coraggiosamente ripreso, per l'interpretazione di Maddalena Crippa e Maurizio Donadoni, dalla regista Cristina Pezzoli, che così lo descrive:
"Ho letto L'Annaspo per la prima volta molti anni fa: ricordo l'emozione violentissima che mi diede la prima lettura del testo, come una scossa profonda: perché quelll'annaspare di cui Orlando parlava rappresentava in modo straordinariamente efiicace una condizione di esistenza in cui vivere diventa sopravvivere cercando di non annegare, respirando con rabbia tra un'ondata e l'altra, perseguendo con cieca ostinazione poche piccole occasioni di felicità nel tentativo, vano, di non essere sommersi dalla buia insensatezza del quotidiano.
Poi negli anni ho letto e riletto L'Annaspo e ho cercato, a più riprese, di metterlo in scena; ma, se questo testo piaceva moltissimo agli attori, molto meno interessava i possibili produttori che lo guardavano come un disco volante atterrato al semaforo di una tranquilla città di provincia.
E in un certo senso è proprio così: L'Annaspo è un oggetto alieno; lo è in primo luogo per il linguaggio che Orlando inventa per dare voce all'ingorgo che abita l'anima dei suoi personaggi, alle loro vite strozzate che vengono rivelate non attraverso le "cose da dire", ma attraverso le "cose dette".
Un linguaggio arduo come una salita di montagna: non dialetto, non gergo, non lingua, con una fortissima fondazione poetica e pure non letterario, ma profondamente fisico e quasi inscritto nel corpo di ciascun personaggio.
Aliena anche la storia che possiede la secchezza laconica e la violenza di un fatto di cronaca, ma anche l'esemplificazione essenziale propria della tragedia classica.
  
Scandita in undici quadri, con un forte commento musicale dal vivo, questa storia, ambientata nel casamento popolare di una grande città all'inizio degli anni sessanta, e che si conclude come se fosse una tragedia elisabettiana, è anche, e forse soprattutto, una storia d'amore.
La storia di un amore sbagliato, alla fine del quale, una giovane donna che assomiglia quasi a una bambina, resta sola nel suo inferno cercando di trascinare i suoi morti verso il cielo, lontanissimo, alla ricerca di un impossibile altrove".