agenda
UN TEATRO CANDIDO COME L'ONESTA'
di Furio Colombo
Sergio Fantoni e Ottavia Piccolo portano a Roma un Voltaire da applausi
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La prossima stagione

LA STRADA - PROSSIME RECITE
4 marzo- TRIESTE- Politeama Rossetti
5 marzo- PORTOGRUARO- Teatro Russolo
9/10 marzo- LUGANO- Teatro Cittadella
11 marzo- LECCO- Teatro Della Società
12 marzo- CORREGGIO- Teatro Asioli
13/14 marzo- MODENA- Teatro Storchi
16/21 marzo- Firenze- Teatro della Pergola
22 marzo- CESENA- Teatro Bonci
23 marzo- MONTEGIORGIO- Teatro Alaleona
25/28 marzo- BOLOGNA- Teatro Duse
29/30 marzo- ALBA- Teatro Sociale
7/9 aprile- VIGEVANO- Teatro Cagnoni
10 aprile- CREMA- Teatro San Domenico
13 aprile- MACOMER- Teatro Costantino
14/18 aprile- CAGLIARI- Teatro Massimo
19/20 aprile- SASSARI- Teatro Verdi
4/30 maggio- MILANO- Teatro Manzoni
LA COMMEDIA DI CANDIDO - PROSSIME RECITE
4 marzo- MATERA- Teatro Duni
5 marzo- POTENZA- Teatro Francesco Stabile
10/21 marzo- MILANO- Teatro Carcano
22 marzo- BUSTO ARSIZIO- Teatro Manzoni
25 marzo- TOLMEZZO- Teatro Candoni
26 marzo -ARTEGNA- Teatro Mons. Lavaroni
27 marzo- PALMANOVA- teatro G. Modena
28 marzo- SAN VITO AL TAGLIAMENTO- Auditorium Centro Civico
29 marzo- SACILE- Teatro Zancanaro
8 aprile-COLLE VAL D'ESA- Teatro del Popolo
9 aprile- VICCHIO- Teatro Giotto
10 aprile- CITTA' DI CASTELLO- Teatro degli Illuminati
11 aprile- BORETTO- Teatro del Fiume
12 aprile - MONTEMARCIANO- Teatro Alfieri
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STAGIONE 2009/2010
OTTAVIA PICCOLO
in
LA COMMEDIA DI CANDIDO
ovvero avventura teatrale di una gran donna, tre grandi e un grande libro
(con tutto lo scompiglio che seguì)

di
Stefano Massini

con
VITTORIO VIVIANI

regia
SERGIO FANTONI
 
DIVERTISSEMENT(in tempo di peste)
di Stefano Massini
 
Il settecento mi è simpatico. Lo è sempre stato. Un secolo formidabile in cui la crisi dei valori, dei sistemi, delle tradizioni, fu totale. Il settecento è l’oro e la polvere, la cipria e il forcone.
E’ la parabola di Casanova che dopo i trionfi si spegne antiquato nella biblioteca di Dux così intensamente evocata dalla Cvetaeva di “Phoenix”. Epoca contraddittoria, il settecento. Incoerente, schizofrenica. Quindi inevitabilmente geniale.
Ma c’è di più. Il settecento è stata la culla dei nostri sistemi politici. Ed ha il suo simbolo nel bambino Montesquieu che nonostante le origini nobili venne fatto battezzare da un mendicante affinché amasse fino da subito tutte le differenza sociali. Il regime dei privilegi. Il dissenso. La rivoluzione. La reazione. Lo slancio dei borghesi. La massa che spinge dal basso. Tutto nasce lì. E non solo: il legame aumenta se si riflette ad esempio sul fatto che il nostro attuale scenario globalizzato affonda le radici proprio nel cosmopolitismo del settecento e nel suo spregiudicato pionierismo commerciale. Si potrebbe quasi dire che il settecento sia stato l’infanzia di un tempo oggi adulto. E come Freud comanda è nell’infanzia che si scovano le micce di future dinamiti.
Fatto sta che un bel giorno, su un periodico, leggo un titolo d’articolo.
Recita più o meno “i tre padri dell’Europa moderna”. Sotto il titolo, in bella mostra, sfilano i ritratti di Denis Diderot, Jean-Jacques Rousseau e Voltaire. Sarebbero loro i padri? A leggere l’articolo, sì. Dobbiamo tutto a loro. Hanno posto le basi. Sissignore. Le basi della politica. Le basi della morale. Le basi dell’estetica, della filosofia, della cultura nel senso più ampio del termine, essendo stati per l’appunto quei tre signori a innestare il capovolgimento di prospettiva che portò dal mito passatista dell’età dell’oro a quella sostanziale ideologia del progresso che tuttora spinge l’Occidente verso magnifiche sorti e progressive. Dall’oscurantismo e dai dogmi alla nuova apertura di un orizzonte umano consapevole, che – per dirla con Immanuel Kant – l’uomo da un complesso di inferiorità verso il creato. Di tutta questa rivoluzionaria mutazione i tre philosophe sono i capostipiti. Se siamo come siamo, in parte è colpa loro. Oppure merito loro. Come più vi piace.
Questa faccenda dei tre padri mi intriga. Anche perché le immagini affiancate dei tre (presunti) genitori sembrano tutt’altro che omogenee: mentre Diderot spicca dal quadro come un quarantenne trasognato, languido e vagamente infantile, al suo fianco Rousseau è un pozzo di grigiore sprofondato fra uno sguardo fosco e un cupo basco di foggia armena. Voltaire, viceversa, si impone sugli altri con una sfavillante parruccona di boccoli incipriati a incorniciare un viso da cartoon. Se mi si chiedesse di definire in sintesi l’impressione dei tre padri, direi che Diderot sembra un dandy, Rousseau un mastino, Voltaire un direttore di circo. Sarebbero questi tre i padri dell’Europa?
Decido di investigare.
Mi procuro un paio di libri su Diderot, tanto per cominciare. Non tanto sul Diderot pensatore. Mi interessa l’uomo. Voglio sapere qualcosa sul primo dei miei padri: chi era, come viveva. Alla cinquantesima pagina di lettura la nebbia inizia a dipanarsi. E conferma la prima sensazione: bohèmien scapigliato, icona di salotti e caffè, corsaro della vita, improvvisatore di soluzioni esistenziali. Insomma: il degno autore di un romanzo libertino come “I gioielli indiscreti”, che indubbiamente sta a Diderot come una sorta di manifesto. Vado più a fondo. Il caro Denis era un donnaiolo, scaltro come pochi, un furbo piuttosto simpatico, un vulcano sempre attivo, un ingordo divoratore di interessi, dalla curiosità insaziabile. Se me lo fossi trovato davanti, con ogni probabilità avrei visto un piacente signorotto dai modi galanti, zuccheroso con le madamigelle, facile ai complimenti, tendente al narcisismo. Nelle pagine della sua biografia avverto più di una volta un vago effetto di rispecchiamento in quel personaggio del fatalista Jacques che volteggia nella storia letteraria con aerea leggerezza, tale e quale ai disegni di Paul Klee su “Candide”. Della sua vita privata si sa molto. Basterebbe anche meno per concludere che applicava anche all’amore quell’anelito alla libertà che predicava nei suoi libri, compreso il celebre principio per cui «non è la volontà a controllare il desiderio, bensì il desiderio che vince sempre sulla volontà». Questo è Diderot. La moglie Nanette artigiana di cornici dovette subirne di ogni colore, compresa la presenza ufficiale di un’amante intellettuale come Sophie Volland.
Mi restano da conoscere gli altri due illustri genitori. Stavolta ho la fortuna di imbattermi in un libretto scritto proprio a fine ‘700 da un improbabile inglese di nome James Boswell. Il giovane in questione, abbagliato dalla fama di Rousseau e di Voltaire, decise per l’appunto di andare a presentarsi ai due filosofi che – si dà il caso – in quel momento abitavano a poca distanza, entrambi a Ginevra, odiandosi reciprocamente. Il diario di viaggio di Boswell – personaggio evidentemente noiosissimo, umorale e petulante da non dire – è un cavallo di Troia formidabile per inserirmi, due secoli e mezzo dopo, nella vita privata di Voltaire e Rousseau. Perché Boswell nel suo diario descrive tutto. Prende nota di tutto. Racconta i dettagli con scrupolo infinito, come d’altra parte farebbe anche oggi un fan sfegatato che si trovi al cospetto dei suoi due idoli in carne e ossa.
Le visite dell’impiccione Boswell a casa Rousseau sono un incubo. Pare che il grande Jean-Jacques vivesse in una specie di stamberga, immerso fra anatre e altre bestie da fattoria. Livido, rancoroso e perennemente arrabbiato, detestava parlare con chiunque, escogitando mille stratagemmi per tenere a debita distanza il genere umano: il rifiuto dei rapporti sociali era la sua bandiera. Ostentata, senza remore. C’è una lista di aneddoti che parlano chiaro: quando si presentò a Madame Bezenval, lei lo spedì subito a mangiare con la servitù, mentre Madame de Boze lo vide perfino arraffarsi il boccone dai vassoi invece che servirsi come decoro comanda. Di gaffe in gaffe, Rousseau finì per ritrovarsi ai tavoli del Cafè Maugis, dove se non altro intrallazzava con ballerine discinte che non badavano “alle sue unghie sporche”. Passavano gli anni e questo figlio di un orologiaio fallito non si sottraeva alla sua fama di orso, per giunta convinto di subire persecuzioni e affronti da mezzo mondo. Ossessionato e irascibile oltre che ipocondriaco a livelli inauditi, Rousseau si mise accanto una compagna dai modi spartani, tale sartina analfabeta di nome Thérèse Lavasseur da cui ebbe più figli (dati segretamente in adozione, contro tutti i principi dei suoi testi pedagogici…). L’aveva conosciuta quando grame condizioni di salario l’avevano costretto a ripiegare su un mestiere di segretario, e già un’umida sensazione di fallimento lo svegliava nel cuore della notte (quella sensazione non l’avrebbe mai lasciato). E in assenza di qualsiasi forma di servitù, fu proprio la cara Thérèse a servire in tavola la cena al perplesso Boswell che contro ogni previsione si trovò nel piatto una insignificante minestra di legumi.
Non molto lontano dalla casupola di Rousseau, si alzavano maestosi i cancelli di Ferney. Ovvero la residenza di monsieur Voltaire. O meglio: il castello - lo Chateau Voltaire - che tuttora svetta in fondo alle verdeggianti distese del parco privato. Perché, come racconta ammirato Boswell, il mito di Voltaire era direttamente proporzionale allo sfarzo del suo palazzo ginevrino. Tutto l’opposto delle laconiche stanzette del detestato Rousseau: alla corte di Voltaire tutto era magnificenza. Eleganza. Sfoggio. E questa incommensurabile cornucopia di delizie investiva ogni aspetto della “petit Versailles”, dalle primizie culinarie servite a colazione fino all’esagerata passerella quotidiana di un guardaroba sterminato, nel quale Voltaire si pavoneggiava lieto fra parrucche sempre nuove e pittoreschi abbinamenti di colori. Ospite ben accetto fra altre decine di convitati (soldati, dame e perfino gesuiti a cui veniva liberalmente data udienza nonostante le furiose polemiche contro il clero del padron di casa), James Boswell riferisce estasiato il fascino di Ferney, che a suo dire trionfava nelle sfolgoranti faraoniche teofanie di Voltaire stesso, sempre in vena di ironie, arguzie, frecciate, malizie, indovinelli e giochi di parole, dai quali non era esente la vezzosa Madame Denis, nipote e concubina del Grande. Trovarsi in presenza di Voltaire voleva dire con ogni probabilità trovarsi in imbarazzo. Perché Egli non cessava un solo attimo di sfidare. E sfidarsi. Dissacrante, mordace, arguto, sempre sul filo tagliente di un rasoio dialettico spietato. Voltaire giocava. Sempre. Ma si sa: dietro i giochi si nasconde spesso una trama micidiale (siamo pur sempre nel settecento e Laclos insegna).
I profili dei tre genitori sono al completo. E non contraddicono la prima impressione dei loro ritratti: più diversi non potrebbero essere. Le differenze sono talmente nette e marcate che finalmente mi spiego il perché di tutto quel proliferare di caricature che per decenni misero alla berlina le più famose “personalità” del settecento europeo. Ne ho raccolte un bel numero: Voltaire è disegnato quasi sempre fra nuvole di cipria e circondato di cagnolini, Rousseau ringhia con ciglia nere e cipiglio torvo, mentre Diderot sbaciucchia graziose manine femminili a destra e manca. Tre personaggi incredibili. Tre nomi dalla fama colossale destinati ben presto a trasformarsi in altrettanti titoli di capitoli sui libri di scuola. Diderot. Rousseau. Voltaire. Dietro l’abbagliante riflesso della loro importanza, ci sono gli uomini spiati da Boswell. Le loro manie, le loro inezie, le loro minuzie. O forse no: le loro esistenze, semplicemente. Forse nelle loro tombe malediranno il diario da voyeur di quell’inglese così entrante. Io per me lo ringrazio.
La tentazione di portare in teatro questo terzetto genitoriale è stata subito irresistibile.
I mondi paralleli di Diderot, Rousseau e Voltaire avrebbero potuto animare una struttura in tre quadri simmetrici, ambientati nelle rispettive abitazioni. La mia idea – il nucleo originario – era rappresentare con ironia graffiante, senza nessuna riverenza, il microcosmo di ognuno dei tre celebri philosophe. Portare il pubblico dentro un gioco di continue comparazioni, impliciti confronti, in un catalogo di piccolezze quotidiane e comportamenti “privati”, possibilmente senza rendere le battute dei personaggi una versione in dialogo delle loro elucubrazioni filosofiche (detesto quei testi teatrali dove la rappresentazione di reali personaggi storici diventa sinonimo di compendio del loro pensiero in forma romanzata). A me interessava soltanto raccontare al pubblico quella inattesa sensazione di inconciliabilità che avevo respirato scandagliando le figure dei tre. Volevo raccontare la paradossale realtà che tre filosofi - generalmente accostati per anagrafe e per temperie culturale – erano al contrario lontani anni luce per caratteri, gusti e abitudini di vita. Chi avesse voluto cercare nel testo le stimmate dell’estetica di Diderot piuttosto che tracce di pensiero di Voltaire o di Rousseau, sarebbe rimasto di certo deluso: in prospettiva la penna dell’autore avrebbe assunto un piglio più satirico che accademico e l’icona dei padri ne sarebbe uscita inevitabilmente deformata, sebbene su basi del tutto veritiere. In altre parole, era chiaro che all’effigie avrei preferito il bozzetto.
Questo era l’obiettivo.
Per scrivere il testo mi mancava un valido filo conduttore. Anzi, di più: una ragion d’essere che motivasse come necessario il passaggio nei mondi dei tre personaggi e che al tempo stesso giustificasse un conflitto forte fra i tre. Avevo bisogno di scovare nelle loro biografie un problema comune, un fatto di qualsiasi tipo che li avesse – anche per poco – accomunati. L’impresa non era semplice, dato che Diderot e la “testa calda” Rousseau avevano clamorosamente litigato separando le proprie strade, mentre Voltaire e Rousseau non si rivolgevano la parola. Fra Diderot e Voltaire, viceversa, resisteva un rapporto cordiale ma continuamente pregiudicato dal carattere uterino del secondo e dalla distanza che separava la reggia di Ferney dal circolo parigino in cui Diderot e D’Alembert cucivano assieme l’Encyclopédie.
Eppure…
Eppure ci fu, in effetti, almeno un incrocio in cui simbolicamente i tre si trovarono a scontrarsi. Questo incrocio fu per l’appunto il “Candido”. Per comprendere il contesto, va detto che a metà settecento Voltaire godeva di una fama sterminata. Era il faro d’Europa, la mente eccelsa, il lume per antonomasia, il philosophe con la maiuscola. La sua voce era ascoltata, il suo parere privilegiato, la sua posizione nelle più diverse questioni poteva far pendere la bilancia su opposti versanti. Erano per altro anni difficili: l’Europa sguazzava a bagnomaria nel sangue dell’ennesima guerra prussiana, mentre i poteri forti dell’ancient-regime intuivano nell’aria i primi venti di tempesta. In questa delicata situazione, inizia a spargersi la voce che il grande Voltaire stia scrivendo un libretto tremendo dal quale nessuno sarebbe uscito salvo: nel “Candido” fioccavano le bordate più salaci praticamente contro tutti, dal clero agli eserciti, dai mussulmani ai conquistadores, dalle antiche monarchie europee alla Santa Inquisizione, senza far eccezione per i colleghi filosofi di mezza Europa. Una bomba atomica il cui effetto si sarebbe raddoppiato grazie alla reputazione di Voltaire e al credito di cui ormai godeva. Oggi sappiamo che i sospetti non erano mendaci: il “Candido” è tuttora un’opera di affilata polemica, un acido corrosivo e caustico di lungimirante modernità dove la cannonata deflagrante del sorriso fa tabula rasa di perenni oscurantismi e persistenti ingiustizie sociali.
Fra le code di paglia dilaga il panico: ognuno a suo modo corre ai ripari per salvare il salvabile, tentando il tutto per tutto pur di bloccare il famigerato libro che sta prendendo forma nello chateau di Ferney. Si muove il braccio secolare di Santa Romana Chiesa, che ancora in quegli anni affidava ai gesuiti l’elenco dei libri proibiti. E si muovono le cancellerie, nel disperato tentativo di acquisire informazioni sull’eventuale sponda antimilitare scelta da Voltaire.
Accanto a loro, ciascuno per propria tutela, si inquietano Denis Diderot e Jean-Jacques Rousseau. Entrambi – lo sappiamo per certo – ebbero notti insonni per la minaccia “Candido”: se Diderot conoscendo l’umore alterno di Voltaire temeva d’esser messo alla berlina con la sua Enciclopedia, Rousseau aveva davvero ogni ragione per tremare vista la battaglia di insulti e reciproche recriminazioni che da anni lo opponeva al suo concittadino. Difficile dare torto ai due spaventati philosophe, dal momento che era trapelata l’indiscrezione che il temuto libello si aprisse proprio con la caricatura di un tale fittizio Pangloss – filosofo virgolettato – nella cui filigrana si sarebbe certo letto il destinatario del sarcasmo di Voltaire. Un bel problema. Un gran guaio. Un forte rischio. Prevenire è meglio che curare.
“Chi ha paura di Candido?”…
Questo avrebbe potuto essere il titolo di un forsennato testo teatrale in cui mettevo in scena lo strabiliante parapiglia spionistico architettato sia per carpire informazioni sul neonato libro sia, possibilmente, per attuarne tempestivo infanticidio. Lo stratagemma drammaturgico comincia a prendere forma in una sorta di scacchiera terrorizzata: vi si muovono – tutti impelagati nell’affaire “Candido” - non solo Diderot, Rousseau e Voltaire (con le rispettive consorti), ma anche un Alto Ufficiale dell’Esercito e un rigido censore gesuita. Comincio a intravedere un testo in cui tutti parlano di “Candido” senza in realtà sapere niente di preciso: ognuno ha estrapolato qualcosa, ognuno ha rubato indizi, ognuno affanna a mettere insieme i pezzi, ognuno arranca a scovare qualcosa di più, ognuno si dispera per quel poco che sa e per quel molto che non sa. In quest’ottica il terrore destato dal libro di Voltaire si presta in effetti a fare da collante per una galleria di situazioni estreme: dalle scenate di gelosia della moglie di Diderot ai vittimistici latrati di Rousseau fino ad una brillantissima colazione da Voltaire in cui mezza Europa sembra essersi data appuntamento per scongiurare il peggio. E non è incredibile la conclusione – reale, storica – del parto di “Candido”? Ovvero quel triplo salto mortale carpiato che portò Voltaire – accerchiato di minacce - a sorprendere tutti, lasciando che il libro fosse pubblicato senza il nome dell’autore bensì come un manoscritto pressoché anonimo trovato in tasca di un altrimenti ignoto dottor Ralph tedesco. Fu una strepitosa invenzione per evitare la censura, i roghi delle copie, le condanne e il carcere (che per altro Voltaire aveva già provato). Se ancora oggi leggiamo il libro lo si deve a quella scappatoia.
Rimetto accanto gli ingredienti: ho i personaggi straordinari dei tre filosofi e in “Candido” un pretesto formidabile per metterli a confronto. L’ultimo passaggio che mi serve per innestare la reazione è trovare l’equivalente di Virgilio nell’Inferno dantesco. Cioè una guida. Cioè un inviato speciale. Cioè un infiltrato. Ho bisogno di un vero protagonista che spazzi via il dubbio che gli stessi filosofi siano i mattatori della commedia: non li voglio in primo piano, bensì retrocessi al ruolo di comprimari. Li voglio sullo sfondo.
Qui mi aiuta il settecento.
I suoi intrighi. Le sue trame. La sciarada continua di non sapere chi si ha davanti: il dubbio dell’identità altrui è il motore che spinge avanti non solo le Memorie del suddetto Casanova, ma anche lo stesso Candido, oltre che decine di commedie, scenari e canovacci. Il travestimento. L’equivoco costruito ad arte. Quel gusto cinico e ambiguo di vestire panni altrui, con tutto l’armamentario di possibili fraintendimenti che naturalmente ne consegue. Il settecento è l’epoca del camuffamento. La quintessenza del travestitismo. Dunque decido di giocare la carta di un personaggio molteplice, capace di reinventarsi continuamente, essendo persone diverse in ognuna delle tre diverse scene. Così nasce la protagonista: Augustine. Nella prima scena è una cameriera licenziata da Diderot, salvo poi rivelarsi come un’ex attrice senza un soldo improvvisatasi domestica. Scelta da Diderot per una missione spionistica alla ricerca di “Candido”, Augustine irrompe da Rousseau in vesti di farmacista per poi elevarsi al rango di sfarzosa primadonna fra le argenterie di monsieur Voltaire.     
Quello che viene fuori è una specie di congegno da orologeria. Ci sono più meccanismi affiancati che si incastrano a dare il movimento generale: i tre philosophe con le loro rispettive vite, il terrificante spauracchio di “Candido” che agita i sonni di tutti e – a fare da marionettista – la figura spregiudicata di Augustine che si muove scaltra coi suoi travestimenti. Il tutto gira dentro una scatola drammaturgica divisa in tre scene simmetriche, intitolate “Colazione da Diderot”, “Colazione da Rousseau”, “Colazione da Voltaire”, in una ascesa di aspettative che culmina con la tanto attesa entrata in scena del Magnifico di Ferney. Una spy story, dalla quale non sono indenni neppure le cameriere di Voltaire. Un gioco farsesco e colorato in cui però le folgoranti denunce lanciate dalle pagine di “Candido” possono improvvisamente spalancare prospettive attuali, problematiche irrisolte da secoli: l’eterno tema della sopraffazione e del bieco strapotere oscurantista. Perché in fin dei conti – ed è la grande opportunità di lavorare su un capolavoro come “Candido” – la perspicacia delle intuizioni di Voltaire è letteralmente sorprendente e si rimane quanto meno attoniti nel leggere pagine di 300 anni fa in cui si attacca lo sfruttamento della manodopera nel terzo mondo, l’integralismo delle religioni, l’insostenibile menzogna della “guerra giusta”. Sono ferite aperte, tuttora sanguinanti. E volentieri ho lasciato che questi squarci di inaudita verità si aprano come voragini nel tessuto rocambolesco di una “strana commedia” che di fatto ruota attorno a “Candido” senza mai raccontare la storia di “Candido”.