Il “Candido” non delude il Sociale
di Claudio Scaccabarozzi- La Provincia di Lecco, 9 marzo 2009Il “Candido” di Voltaire non è un libro ma una commedia, inscenata per prendersi beffe del mondo. I padri della moderna cultura occidentale, i grandi pensatori del secolo dei Lumi, Denis Diderot, Jean Jacques Rousseau, e Voltaire non sono altro che macchiette con il minimo comune denominatore della napoletanità. Maschere, pulcinella, ognuno con le proprie fisime, i propri inciampi nel pensiero e nell’eloquio. Ciascuno custodito da mogli sacerdotesse, amanti capricciose, governanti energiche, pazienti e toleranti, viziate dalla vicinanza di tale ingegno.
“La commedia di Candido”, ovvero teatro, travestimenti, spionaggi. Un divertimento allestito dal commediografo Stefano Massini con i ritmi e i tempi comici del vecchio teatro di giro attorno alla figura di Augustine, ex attrice e quindi maestra di travestimenti, allo scopo di creare un’”avventura teatrale di una gran donna, tre grandi e un libro (con tutto lo scompiglio che seguì)”.
“La commedia di Candido” andata in scena al Sociale per la stagione di prosa, con la regia di Sergio Fantoni, con Ottavia Piccolo e Vittorio Viviani, è un gioco abile, leggero e divertente che di tanto in tanto si interrompe per mettere a nudo l’attualità e la modernità del libro all’epoca più temuto e atteso. Quando prende di mira la guerra, la chiesa, le scienza e la filosofia che vedono definitivamente spianata la strada del progresso a dispetto della ragione. Apprezzabile l’idea paradossale di mostrare le pagine del prezioso e misterioso libro nelle mani dei più improbabili personaggi. Ognuno un pezzo, tanto che viene da chiedersi se l’originale fosse mai esistito. O, come si racconta nel finale, che l’originale non fosse altro che un manoscritto del “dottor Ralph tedesco”. Verità storica e finzione mischiate, le parole di Voltaire dette in uno zoo coloratissimo e luminoso.
Il “Candido” fu pubblicato nel febbraio 1959. Fu immediatamente condannato da molti Stati europei e proibito da ordini ecclesiastici e dal Consiglio di Ginevra.
Dentro una scena aperta, con pochissimi elementi, il regista ha lasciato mano libera agli interpreti. I costumi sfarzosi hanno contribuito a rendere godibile il gioco. Viviani ha vezzi e mimica che ricordano i grandi interpreti del teatro leggero napoletano, Totò incluso,nell’impersonare i tre grandi uomini nella loro dimensione quotidiana. Diderot per primo, il grande pensatore alle prese con una domestica insofferente. L’orso irsuto Rousseau in seguito, afflitto da infiniti malanni. Lo splendido Voltaire, abbigliato come il re sole, circondato da una corte di ammiratori e ammiratrici. Fra i tre, Ottavia Piccolo veste i panni di una cameriera incapace, perché ex attrice. Diventa in seguito abile farmacista per curare Rousseau e infine è una marchesa con una straordinaria mise e un’altrettanto straordinaria verve. Il pubblico ne è rimasto rapito.