Andrea Jonasson finalmente diva
di Franco Cordelli
In quanto al revisionismo, non risparmia nessuno.
Esso colpisce anche il cronista teatrale. Mutato, nel tempo l’oggetto osservato; mutate le condizioni d’osservazione, come rimanere, testardi, al primo giudizio?
Mi riferisco ad Andrea Jonasson. Non so esattamente quale sia il giudizio da modificare. Ma di lei abbiamo un ricordo legato s Strehler.
In quel tempo, due decenni, la figura d’attrice ha una risonanza peculiare. Eredita una tradizione, da Valentina Cortese a Giulia Lazzarini.
La rimpingua, la rinnova, la proietta su un palcoscenico cosmopolita.
Ma è pur sempre l’attrice di Strehler, vive nel suo alone e ne tramanda idee e suggestioni.
C’è, nella sua presenza, un che di fatale, di imponente, di grandioso, ma anche di mistificatorio.
La vediamo come fosse su una pedana o su un trono. E’ una regina o crediamo che come tale si comporti o non possa fare altrimenti.
Poi, se ne perdono le tracce. O meglio: in spettacoli come La vita è un sogno di Ronconi o Edipo di Lavia, ancora indossando il manto di personaggi fastosi, in lei si coglie l’eco del passato o della passata grandezza.
Essa trae le sue origini in Germania, dalla scuola di maestri come Gustav Grundgens o Friedrich Dùrrenmatt.
I suoi autori sono Shakespeare, Cechov, Brecht. Come staccarsi da tutto ciò? Pure, è accaduto. È’ accaduto a causa di un drammaturgo che ha il pregio d’essere irrilevante e d’un regista che ha quello di aver fatto passo indietro. Il drammaturgo è Eric Emmanuel Schimitt e il regista è Sergio Fontoni. Perché dico che Schimitt è irrilevante? Perché la sua fortunata commedia Piccoli crimini coniugali esibisce l’inganno dell’abilità.
Ma la sostanza dell’inutilità. Schimitt sembra bravo; un buon drammaturgo, una specie di sapiente delle umane venture per la semplice ragione che, come un allenatore di tennis di fronte a un eterno allievo, è sempre in grado di rilanciare la palla.
Ma non c’è partita, l’agonismo è un’altra cosa.
Gilles e Lisa tornano a casa dall’ospedale. Gilles ha perso la memoria. Ragiona ma non ricorda. Si tratta di ricostruire quindici anni di matrimonio. Lisa è ottimista e si mette al lavoro. Tu eri questo e tu eri quello. Ma come? Ero un tipo così eccezionale? Proprio, perché no? Poi, nella costruzione di questo edificante ritratto, di un uomo e di un matrimonio, si manifesta una crepa. Gilles si tradisce. La memoria non l’ha perduta. Sta fingendo per mettere la moglie alla prova.
E da qui comincia una litania di menzogne che non si sa se siano verità che non si sa se siano menzogne.
Ma a noi non ce ne importa niente. Perché c’è Andrea Jonasson, finalmente libera. Libera dalle tirannie che drammaturgie, libera dalle ombre del passato. Jonasson così com’è, nuda, se mi si consente la metafora. Vale a dire, più che una grande attrice.
Ci inchioda con la sua lucentezza, con la sua energia, con il suo charme. Basterà guardare come muove le mani o tutto il corpo: come accavalla le gambe, come piange o ride. Jonasson è una diva e diffonde il suo carisma tanto più perché a contatto con un personaggio nullo, cui presta un’anima.
Per altro, con la sua esperienza Giampiero Bianchi non si lascia travolgere. Pondera le parole e i toni, tempera il pathos con la ragionevolezza. Le tiene testa.