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CHIUSURA ESTIVA
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UN TEATRO CANDIDO COME L'ONESTA'
di Furio Colombo
Sergio Fantoni e Ottavia Piccolo portano a Roma un Voltaire da applausi
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La prossima stagione

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Mai come in questa occasione trovo difficoltà a scrivere del lavoro fatto per la rappresentazione del testo di Massini. Non perché abbia seguito particolari procedure ma perché il percorso, al contrario di altre volte, è stato incerto e tortuoso, in quanto partiva dal presupposto che   il mondo “concentrazionale” è irrappresentabile. Il fatto, tra i tanti, che più mi ha colpito leggendo o rileggendo, a distanza di anni, le testimonianze dei “salvati”, è stato la loro difficoltà a testimoniare dal vivo l’esperienza del lager, il loro “doloroso senso del pudore” a raccontare. Un silenzio che sembrava suggerire un complesso di colpa, come Primo Levi ha sottolineato, per essere ancora vivi. Le testimonianze dei sopravvissuti sono state affidate quasi sempre ai libri, alla parola scritta. Pochissime le immagini, le interviste, le foto, del “dopo”. Esisteva una precisa linea di demarcazione tra il “prima” e il “dopo”. Linea che non è stata quasi mai valicata. Ecco, forse, è stata questa piccola scoperta ad aiutarmi a credere che l’intuizione di Stefano, il suo “processo”, potesse essere rappresentato. I personaggi del “processo” hanno vissuto tutti il lager, hanno visto gli avvenimenti del lager, erano tutti consapevoli di quello che dicevano e di cosa parlavano, anche se molte cose le hanno scoperte dopo la liberazione. Quindi non dovevano convincere nessuno, non temevano sguardi scettici, curiosi ma increduli, non temevano di essere smentiti: avevano tutti bevuto lo stesso veleno. Temevano una sola cosa: il ritorno alla vita di tutti i giorni, a quella vita che poco alla volta avrebbe cancellato o che non avrebbe più voluto sentir parlare, sembra assurdo solo pensarlo, della loro “esperienza”. Temevano, e a ragione, un procedimento di cancellazione della loro ormai incancellabile identità: aver vissuto il lager.
Il capannone- magazzino della commedia per i nostri personaggi è come la camera di decompressione prima di entrare in un altra dimensione dell’esistenza. E allora ecco l’urgenza delle domande e la necessità di almeno qualche risposta prima di essere costretti a custodirle nel silenzio del “dopo”. Sfiancati nel fisico, certamente alterati nella mente, il difficile era immaginare non “cosa” domandassero ma “come”. Ho cercato di sollecitare questa allucinata urgenza, questa necessità insensata, da un certo punto di vista, ma del tutto razionale, di capire, di sapere, di cercare un colpevole anche a costo di cercarlo dove da sempre, sembra  proibito cercarlo. Il loro sguardo, la loro voce, ha qualcosa di anormale, è carica di rancore, di rabbia, non per ciò che hanno sofferto ma per l’impossibilità di trovare delle risposte. Non si sentono per nulla martiri di un idea, ne avevano tante e diverse, ma zimbelli  del caso o di un Dio distratto.  La consapevolezza di non contare niente, di non meritare neanche lo straccio di una parola li umilia, li offende. Si sentono dimenticati, esclusi. Usciti da quel magazzino, senza risposte, continueranno in silenzio a domandare:  perché? Perché? Gli strumenti per chiedere agli eventi della nostra storia di obbedire a un sia pur larvato concetto di giustizia, almeno come lo intendiamo noi, non ci sono, non li abbiamo. A parte la fede, naturalmente.
“Nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa…è stolto pensare che la giustizia umana la estingua…si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia…” (P. Levi)
 
Devo sottolineare che tutti i miei compagni di lavoro, gli attori e i tecnici, hanno non solo messo in campo le loro capacità professionali, come sempre, ma in questa occasione una concentrazione e una adesione ai temi della commedia che non sperimentavo da tempo. Grazie. A loro e a Stefano Massini

Sergio Fantoni

Diventare Elga Firsch
Leggendo per la prima volta, e tutto d’un fiato, Processo a Dio di Stefano Massini, ho capito che sentivo necessario questo suo testo, intuendo addirittura che si potesse superare il rischio che la macchina scenica sporcasse un argomento così sensibile come la Shoah. Ne ho avuto la conferma andando in scena: Elga Firsch è, con i suoi compagni di sventura, l’esplicitazione di tutte le nostre domande di fronte all’orrore, alla violenza, al male.
È anche una grande occasione professionale, una sfida. Sono alcuni anni che le mie scelte si indirizzano verso temi attuali e civili. Sergio Fantoni e Fioravante Cozzaglio, in veste di produttori (La contemporanea), e Silvano Piccardi, regista, mi hanno assecondata, consentendomi di essere motore e interprete di spettacoli sui desaparecidos argentini e sul conflitto israelo-palestinese, temi non facili, ma non intoccabili. Processo a Dio, invece, mi permette di avvicinare con tutto il rispetto di cui sono capace, con onestà di cuore e di mente, un universo devastato che con le parole di Primo Levi, di Eli Wiesel, di Liana Millu e di molti altri avevo conosciuto, ma mai assunto sulla mia persona. Considero ciò una conquista e, insieme con Sergio Fantoni e con tutti i miei compagni di palcoscenico, vorrei trasmetterla a chi si accosta con attenzione al nostro lavoro.

Ottavia Piccolo
Milano, dicembre 2006