Dio e l’uomo sotto accusa in un processo emozionante Ottavia Piccolo di grande intensità. Buona prova di tutto il cast Al Camploy Da un testo interessante uno spettacolo che fa pensare
L'Arena - il giornale di Verona - 18 Gennaio 2007 - Betty Zanotelli «Scappa, fugge, finge di non sentire». E' un Essere superiore volutamente sordo, assente, silenzioso, che lascia che le cose – soprattutto le più agghiaccianti come in questo caso l'Olocausto – accadano per misurare fino a che punto può spingersi una malvagità che forse l'uomo ha intrinseca? O non è piuttosto l'uomo consapevolmente lontano, pervicacemente insensibile ai mòniti e agli insegnamenti divini in nome di un desiderio di potenza illimitata?
A ben vedere, quelle "colpe" che Elga Firsch, attrice ebrea di Francoforte, sopravvissuta al lager, attribuisce alla volontà celeste, sono non solo ambigue ma anche perfettamente intercambiabili e quindi tali da poter essere applicate, come una sorta di "equazione", a entrambi i "soggetti".
La questione, come dice uno dei protagonisti di Processo a Dio - spettacolo inquietante nella sua asperità e profondità, nell'efficace asciuttezza di messinscena voluta dal regista Sergio Fantoni e proposta in un affollato Camploy tra un pubblico visibilmente coinvolto - è aperta da 5700 anni e probabilmente non troverà mai una risposta che sia univoca, accettata da tutti, alla luce della quale uniformare il proprio comportamento hic et nunc. Una questione che parte da un testo sorprendente in cui il giovane (32 anni) autore Stefano Massini pone, con vigore e imparzialità, problematiche che ciascuno di noi ha affrontato trovando o meno l'illuminazione, il coraggio, le ragioni insomma di una scelta e quindi anche di un indirizzo di vita.
Si chiede in definitiva, Massini: è responsabile Dio per ogni atrocità, barbarie, nefandezza compiuta dall'uomo? E nello specifico, dov'era Dio quando i nazisti massacravano milioni di ebrei giudicati "colpevoli" di spargere in giro i loro «bacilli di giudei»? Da questa prima domanda, che ne sottintende infinite altre, prende avvio uno spettacolo di rara intensità, la quale è certamente riconducibile alla durezza e alla forza di un testo che non concede deroghe alla riflessione ma trova un' ulteriore sollecitazione nell'interpretazione pressoché perfetta di tutti gli attori.
A partire da Ottavia Piccolo che è Elga, l'attrice di Francoforte, da cui nasce la sollecitazione, l'urgenza, di processare Dio affinché si difenda da cinque pesantissime accuse: aver privato l'uomo delle libertà; aver permesso uno sterminio di massa; aver venduto gli ebrei; averli traditi e, infine, aver cancellato, negli uomini, qualunque traccia di umanità. La recitazione di Ottavia Piccolo è talmente appassionata, vibrante, sentita, da condurla a una piena identificazione con il personaggio. Al punto che quando il pubblico, al termine dello spettacolo, continua ad applaudirla, lei resta serissima, una maschera tragica, come se quel pur piacevole "rumore" di consenso sia fuori luogo, dopo aver raccontato tanto drammatiche vicissitudini.
Solo dopo molti minuti, un debole sorriso le si affaccia sul volto. In ogni caso, la sua Elga ha una totale credibilità. In questo redde rationem allestito come un vero e proprio processo e quindi con tanto di imputati, accusa e difesa, il compito di rappresentare Dio, di stare dalla sua parte, è affidato al rabbino (Vittorio Viviani) che con energia e appassionato calore, tenta di spiegare che l'Eterno c'è sempre. C'era anche nei campi di concentramento ma la sua presenza era oscurata da chi desiderava, egli stesso, diventare Dio.
L'uomo che crede di poter diventare onnipotente, il gerarca tedesco (Marco Cacciola) barbaro esecutore, si difende con la feroce e insensata iattanza di chi pensa di essere superiore agli altri e di avere perso connotati umani per assumere quelli immortali. Ci sono poi due anziani, reduci dai lager (Silvano Piccardi e Olek Mincer) e il figlio del rabbino (Francesco Zecca) che, con differenti motivazioni, vanno in cerca non di vendetta, ma di una risposta, magari affidata a un colpo d'effetto, a una pistola da cui forse potrebbe partire un colpo...
Ma lo spettacolo, nella sua minimalista, cupa scenografia, non fornisce risposte, non arriva a un verdetto perché esso sta nella mente e nel cuore di ciascuno di noi.