La Piccolo “processa” Dio: il silenzio dell’olocausto č un insopportabile dolore
Il Giorno - 19 aprile 2007 - Ugo RonfaniNon si processa Dio per il male del mondo. Neppure per la Shoah, orrore assoluto compiuto dagli uomini. Ma il titolo di questo spettacolo non è una bestemmia: nei limiti dell’umano, nell’impossibilità di affrontare ontologicamente la questione del male (tanti ci si sono provati, da Elie Wiesel a Hannah Arendt, da Primo Levi a Edith Bruck, scontrandosi con il mistero), esprime l’incontenibile furore degli scampati all’Olocausto. Questo ha voluto dire il poco più che trentenne Stefano Massini: portare in scena lo Sterminio senza la retorica dell’orrore.
Il “processo a Dio” qui celebrato ha come pubblico accusatore una donna, l’attrice di origine ebraica Elga Firsch sopravvissuta la campo di Maidanek; il ruolo – capelli rasati, lucida passione – è interpretato da Ottavia Piccolo, ormai votata al teatro civile. L’ultimo ufficiale nazista catturato incarna il Creatore ( Marco Cacciola); officiano in un capannone della morte un rabbino ( Vittorio Viviani), il suo giovane figlio ( Francesco Zecca) e due anziani deportati ( Silvano Piccardi e Olek Mincer). Produce “La Contemporanea” il cui direttore, Sergio Fantoni, assicura una regia tutta onesta sobrietà.
Incalza, nella requisitoria appassionata della Piccolo, la tragica realtà dell’Olocausto, che lo “scandalo” del silenzio di Dio trasforma in insopprimibile dolore. L’allestimento è rigoroso, incalzante, compatto. E il pubblico, coinvolto, riassume la memoria dell’Olocausto non come una tragedia da rimuovere, ma come una questione ancora aperta agli interrogativi della coscienza. Sta in questo il valore dello spettacolo: fra i migliori, se non il migliore, che ci è dato di vedere in scena.