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LE DOMANDE DI UNA DONNA USCITA DAL LAGER
L'Unità - 1 febbraio 2007 - Maria Grazia Gregori Un silenzio pieno di tensione e, in certi casi, di commozione. Non c’è bisogno di essere ebrei (come del resto non lo è l’autore Stefano Massini, fiorentino di 30 anni, punta emergente della nostra nuova drammaturgia) per vivere in prima persona questi sentimenti.
In scena al teatro Fraschini di Pavia c’è “Processo a Dio”, che si svolge nel padiglione 41 del campo di sterminio nazista di Maidanek nella primavera del 1945.
Qui un’umanità che ha vissuto l’orrore dell’Olocausto sulla propria pelle cerca delle risposte alla tenebra che ha attraversato e, sotto la guida di una famosa ex attrice ebrea, Elga Firsch, con il contributo di alcuni vecchi saggi di Francoforte istituisce un processo contro il sanguinario capo del campo acquistato per pochi soldi come merce di nessuna importanza. Un processo basato su cinque domande che sono veri e propri capi d’accusa , rivolti innanzi tutto a Dio al quale si chiede come abbia potuto permettere un orrore come quello e, in seconda istanza, al criminale, del tutto simile a un piccolo Eichmann, che si è sentito come un dio nei confronti delle sue vittime alle quali ha somministrato torture inenarrabili e morte. Un esempio di teatro civile che parla alle coscienze che Massini, sensibile a situazioni estreme (per esempio in “La gabbia”, originale rilettura del terrorismo, e in “L’odore assordante del bianco” in scena prossimamente al Fabbricone di Prato), ha scritto come un’immersione senza sconti, con personaggi immaginari ma con parole del tutto “vere”, nel buio delle coscienze che genera mostri.
Con i capelli quasi rasati e grigi, Ottavia Piccolo interpreta magistralmente, con una mimesi anche fisica impressionante, il suo personaggio dentro una scena spoglia, chiusa, dove la vita di fuori non può e non deve entrare  fino a quando non si sono fatti i conti con l’atrocità.
Nella sua ansia di giustizia eccola portare terribili prove: l’uso dei resti degli ebrei in un perverso, agghiacciante riciclaggio; la scoperta di una carta geografica che pullula di campi di sterminio; la lucidità senza perdono nei confronti della belva che li ha ridotti a mucchi di cenere…..
Messo in scena da Sergio Fantoni con misura come un inquietante oratorio laico “Processo a Dio”, la cui visione potrebbe efficacemente rompere l’ignoranza e la perdita di memoria su orrori che non possono essere negati, oltre a Ottavia Piccolo ha avuto come efficaci interpreti Vittorio Viviani, Silvano Piccardi, Olek Mincer affiancati dai giovani Francesco Zecca e Marco Cacciola. Da vedere, per riflettere.