TRENTO, TEATRO CUMINETTI “PROCESSO A DIO” UNA GRANDE PROVA DI OTTAVIA PICCOLO
L'Adige - 28 Gennaio 2007 - Sandra MatuellaTrento. Nel delirio nazista “io e dio siamo la stessa cosa”: sulla ricerca del responsabile all'interno di questa coincidenza fatale, è costruito “Processo a Dio” interpretato venerdì e ieri da Ottavia Piccolo con la compagnia La Contemporanea e la regia di Sergio Fantoni, al Teatro Caminetti di Trento. Questo lavoro porta dio al banco degli imputati per gli orrori compiuti dal nazismo: scritto da Stefano Massini, giovane talento della nuova drammaturgia italiana che ha capito le potenzialità teatrali insite in un processo, con il gioco dei ruoli (non a caso si parla di attori e convenuto), e le applicate in questo che è un processo giuridico universale ma, visto l'imputato speciale, una sorta di giudizio universale alla rovescia.
“Processo a Dio” non è ambientato in tribunale, bensì nel cupo padiglione 41, il magazzino del campo di concentramento di Maidenek, che è appena stato liberato. La scena inizia con un altro rovesciamento, quello dei ruoli di vittima e carnefice: un capitano nazista, legato, bendato e prigioniero di cinque ebrei, che gli rievocano le atrocità di otto mesi di lager.
Nella seconda parte dello spettacolo, inizia il processo vero e proprio va a Elga Firsch che elenca cinque inesorabili capi d'accusa, con tanto di prove concrete, che secondo lei, portano dio direttamente alla sbarra: uomini ridotti in schiavitù; sterminio di massa; uomini venduti vivi come forza lavoro e morti (capelli, denti, ossa, pelle); tradimento, per le lettere ai propri cari mai inviate; atrocità sui bambini commesse in infermeria per macrabi esperimenti: di fronte a questi orrori la difesa di dio vacilla: dio ci doveva essere nel lager, altrimenti questa caduta in basso dell'umanità non avrebbe senso; dio è solo la maschera indossata dai nazisti come alibi alla loro follia omicida; dio stesso è la vittima; un Campo di concentramento non è dio contro l'uomo, ma l'uomo contro dio.
Il processo non si conclude con la pronuncia di una sentenza, ma rimane aperto perché il suo intento è quello di muovere la coscienza di ognuno alla ricerca e giustizia che non vale solo per l'Olocausto ma anche per i crimini attuali commessi contro l'umanità; in fondo però, sembra far capire che le responsabilità sono attribuibili all'uomo, ed è meglio non scaricarle in una dimensione assoluta. Impressionante Ottavia Piccolo nei panni di Elga Firsch, l'attrice che ha voluto questo processo: i capelli rasati quasi a zero, il pallore non sono un trucco teatrale, lei è così anche fuori dalla scena e questo è il segno di un'adesione profonda al suo personaggio, sospeso fra la disperazione di ciò che ha vissuto e la lucidità di chi vuol fare chiarezza.
La Piccolo si mantiene in perfetto equilibrio fra questi due estremi: la sua interpretazione non ha mai un attimo di cedimento la rabbia, l'odio, il rancore non prendono mai il sopravvento, nemmeno di fronte all'arrogante capitano nazista, interpretato da Marco Cacciola che ne restituisce bene la presunzione della superiorità ariana. Coralità forte grazie a Silvano Piccardi, Olek Mincer nei panni degli ebrei anziani e Francesco Zecca ebreo giovane; straordinaria la conbattuta e sofferta difesa di dio proposta da Vittorio Viviani nel ruolo del rabbino anziano.
Al Teatro Caminetti per due serate al gran completo, con il pubblico che ha seguito un'ora e mezza di spettacolo senza interruzione, in un silenzio assoluto. Con “Processo a Dio” la stagione di prosa de Centro Santa Chiara ha onorato la Giornata della Memoria, che si aggiunge alla proposta di teatro come rito morale viaggio nella coscienza individuale e alla collettiva iniziata quest'anno con “Delitto e castigo” di Dostoevskiy, con Glauco Ma urie e “La Tempesta” di Shakespeare, fra vendetta e perdono, proposta da Tato Russo, e proseguirà il 29 gennaio con la complessa vicenda umana e politica di Cesare Battisti, raccontata da Marco Baliani e Maria Maglietta in “Di scomode parole”.