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IL TEATRO DI RADIO 3 - SPECIALE POLITKOVSKAJA


OTTAVIA PICCOLO - APPRESCINDERE, 13/10/2011


OTTAVIA PICCOLO - MILLEPAGINE, rai.it, 20/09/2011


OTTAVIA PICCOLO - CHE TEMPO CHE FA, 20/03/2011



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La Contemporanea s.r.l.
In coproduzione con
GIOVIT S.r.l.

GIOELE DIX
in
TUTTA COLPA DI GARIBALDI
di Gioele Dix, Nicola Fano, Sergio Fantoni

Regia
SERGIO FANTONI

con
GIOELE DIX
e con
Edmarcia De Andrade
Matteo Malavasi

Scene e costumi di Gianfranco PADOVANI
Musiche di Cesare PICCO
Disegno luci di Iuraj SALERI

Perché “Tutta colpa di Garibaldi”?
A duecento anni dalla nascita di Garibaldi, il suo mito vive e resiste nel nostro Paese rimanendo in bilico fra beatificazione e dannazione, fra partecipazione emotiva e ignorante indifferenza. Non esiste personaggio in Italia al quale siano dedicati più monumenti, obelischi, targhe e celebrazioni; eppure la memoria su Garibaldi è lacunosa e controversa. Molti se ne appropriano e se ne sono appropriati, ma pochi –quasi nessuno, oggi – paiono averne colto in pieno lo spirito. Soprattutto, nessuno parrebbe in grado di metterne in pratica gli insegnamenti.

Naturalmente, questo avvenne anche quando Garibaldi era vivo e in piena attività.
Garibaldi era uomo d’azione, convinto che le persone si qualifichino per ciò che fanno, non era tipo da chiacchiere da salotto. Era l’uomo dell’esempio in prima persona. Forse per questo – oltre che per il suo innegabile straordinario carisma – era molto amato dalla gente e invece, tendenzialmente, mal sopportato dai centri di potere. Ma viene da chiedersi se quell’amore popolare per Garibaldi fosse davvero così sincero: se fosse un amore pronto a tutto… Ovvero se la cosiddetta “gente” (quella che oggi chiamiamo “la società civile”) fosse – e sia ancora oggi – davvero così tanto “più civile” della società politica… O piuttosto se le due società non fossero – e siano ancora oggi – speculari: l’una rappresenta fedelmente l’altra. E tanto più, questo dubbio è lecito oggi, in mezzo a tante discussioni sull’antipolitica.

In questo, Garibaldi rappresenta la schizofrenia e la cattiva coscienza di un Paese che non sa – o non vuole – trovare un’identità comune su temi fondanti e assolutamente politici come: la responsabilità personale, la lealtà, la solidarietà e soprattutto il rispetto delle regole. Continuiamo ad essere  – oggi come allora – un Paese in cui si pretende che l’assunzione di responsabilità sia un comportamento che riguarda prevalentemente gli altri.

Lo spettacolo
C’è sempre un momento critico, un punto di rottura assoluto nella vita di ciascuno. Noi raccontiamo quello di Ettore, regista, attore, intellettuale: abbastanza di successo, abbastanza vezzeggiato dai poteri, abbastanza amato dalla sua compagna, abbastanza tollerato dalla vita. Un uomo incompleto, insomma; un uomo abbastanza uomo. Ettore forse ha un grande progetto, forse non sa se davvero voglia realizzarlo, ma sa che deve continuare a inseguirlo per poter tuonare contro la società che non lo accetta e non gli dà la possibilità risolutiva della sua vita.

Noi lo incontriamo nel momento egli ritiene che la “possibilità risolutiva della sua vita” sia legata alla realizzazione di una scombinata serata di commemorazione ufficiale di Garibaldi. Egli sa che per ottenere la possibilità di realizzare lo spettacolo della sua vita, non può declinare l’invito a celebrare Garibaldi. E dunque accetta. D’altra parte, Ettore è giunto a quel crocevia della vita quando il quadro generale ormai è più che chiaro, dove lo scarto tra ciò che si è fatto e ciò che si sarebbe voluto fare si mostra in tutta la sua crudeltà. Da un po’ di tempo si interroga se non sia giunto il momento di decidere, una buona volta, se continuare la ricerca (infruttuosa) di una soddisfazione (effimera) conquistata a suon di compromessi, sacrificando la parte più sincera, più personale, del suo cuore e della sua intelligenza, oppure “disobbedire” alle sciocche lusinghe, alle frustanti “attese”, e “esporsi” integralmente per ciò che è, per quello che è diventato, nel bene e nel male.

Ma affrontando il mito di Garibaldi – ha dovuto pur studiarlo, per commemorarlo correttamente! – Ettore scopre tutti i chiaroscuri di quel personaggio e della sua incompiutezza. Egli comprende bene, fino in fondo, le umiliazione subite dall’eroe alla difesa di Roma, la sua profonda amarezza a Teano a fronte del non riconoscimento dell’opera sua e dei suoi garibaldini, il dolore per la perdita dell’unica donna rimasta vicino a lui “solo” per amore… Egli comprende bene come per volontà di tutti – cosciente da parte del potere politico, acquiescente da parte dell’opinione pubblica – Garibaldi sia stato trasformato in statua, ingombrante, ma innocuo. E comprende bene, infine, perché Garibaldi oggi sia in bilico fra retorica e folclore: l’eroe dei due mondi, la camicia rossa, Anita, Obbedisco, Garibaldi fu ferito.
Insomma, o un po’ troppo santo o un po’ troppo macchietta. Un ruolo che lo stesso Ettore, uomo e artista incompiuto, ha ricoperto spesso, sia in pubblico sia in privato. Ed è per ciò che, in questa improvvisa schiarita, attraverso questi “riconoscimenti”, Ettore alla fine trova la spenta per cercare di ribellarsi e rifiutare tutto ciò che aveva accettato fino ad allora.

È vero: è una favola, soltanto una bella favola, ma crediamo che il teatro questo debba fare: raccontare, attraverso la realtà, anche la più amara, favole, sogni, che solo lui può rendere, sia pure per un attimo, veri e possibili.

Gioele Dix  Sergio Fantoni  Nicola Fano