agenda
STAGIONE

STAGIONE
IL TEATRO DI RADIO 3 - SPECIALE POLITKOVSKAJA


OTTAVIA PICCOLO - APPRESCINDERE, 13/10/2011


OTTAVIA PICCOLO - MILLEPAGINE, rai.it, 20/09/2011


OTTAVIA PICCOLO - CHE TEMPO CHE FA, 20/03/2011



newsletter
Iscriviti per aggiornamenti sulle nostre iniziative.
Inserisci la tua e-mail:
Iscriviti
Cancellati
ARCHIVIO
Ecco l’Italietta divisa, un secolo e mezzo dopo l’unità
L'ECO DI BERGAMO - Pier Giorgio Nosari
“C’è nessuno?”. Il palcoscenico di Gioele Dix, attore chiamato ad interpretare uno spettacolo celebrativo su Garibaldi, è come l’Italia dopo centocinquant’anni di unità: vuoto, mal organizzato, costretto a improvvisare mentre qualcun altro sciale le sue risorse.
E’ una partenza impietosa, per Tutta colpa di Garibaldi di e con Gioele Dix (coautore con Nicola Fano e Sergio Fantoni, quest’ultimo anche regista e produttore), visto ieri sera al Creberg Teatro Bergamo. Ma il punto sta proprio qui: questo non è l’ennesimo elogio di un padre della patria, ma l’ironica domanda di che che cosa resti della patria in questione, al cospetto del suo gigantesco papà.
Naturalmente Tutta colpa di Garibaldi è anche la storia dell’eroe dei due mondi: il ritorno in Italia dopo l’avventuroso esilio sudamericano, il generoso tuffarsi nella rivoluzione del 1848, le coraggiose campagne di liberazione, l’epopea dell guerre d’indipendenza e la conquista del Regno dell Due Sicilie. E, altrettanto naturalmente, è anche un bel saggio umoristico di Gioele Dix, che ride amaro, ma ride, mentre passa in rassegna i vizi nazionali con la scusa di narrare la storia della nascita (?) della nazione. Ma ciò che conta sta altrove: lo spettacolo è come uno sguardo gettato dietro al monumento, un arguto racconto di un arcitaliano che quasi non sembra italiano.
La chiave è quella giusta. Perché la vicenda di Garibaldi - di questo eroe del “facciamo” nel paese del “faremo” e del “bell’idea, vai avanti tu” - serve a sottrarre la satira di costume al pericolo del qualunquismo: un rischio ancora più tangibile in questi anni, in cui l’Italia sembra davvero tornata Italietta e pare finita nel pantano. D’altra parte la satira, e il gioco dei continui rimandi tra l’altroieri l’oggi, toglie la polvere a un racconto imbalsamato da decenni di celebrazioni ufficiali, tagli di nastri e monumenti. Una prospettiva (quella storica) serve all’altra (quella satirica). E l’una dà all’altra il suo giusto respiro: il risentimento morale dell’autore-attore satirico al servizio di un’idea civile, un sentimento collettivo.
L’epopea garibaldina acquista così un senso diverso: un’interrogazione su chi siamo e chi siamo diventati, su quale sia questo strano paradosso di una nazione unita da quasi un secolo e mezzo ma che ancora non riesce a sentirsi una.
Dix la mette in scena davanti alla platea gremita (661 i paganti) con bella affabulazione, prendendo ritmo e fiducia con il passare dei minuti, scandendo la narrazione con battute e punture di spillo. Con lui ci sono Ed marcia De Andrarde, assistente tuttofare brasiliana (a ricordare Anita) e Matteo Malavasi, uomo-orchestra e contrabbasista. Un modo per ironizzare sulla garibaldina penuria di mezzi, che garibaldinamente ritrasforma, tra una luce tricolore e un drappo patriottico, in uno spettacolo “improvvisato” e vincente. Per poi capire che di improvvisato non c’è niente, per insinuare - magari con una risata – che i “miracoli italiani” non esistono affatto, ma sono frutto di fatica e voglia di fare.