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MARIA BRASCA
Di Giovanni Testori
Con VERONICA PIVETTI
E altri attori da definire
Regìa di CRISTINA PEZZOLI
Spettacolo disponibile da fine stagione
La Maria Brasca vista da Giovanni Raboni
Forse per una volta, per questa prima e sola volta nella produzione teatrale del grande scrittore lombardo, si puo' parlare di commedia. Un testo che ha conservato intatta, per virtu' di linguaggio, la sua carica di verita' e di "scandalo". Oggi, a teatro come al cinema, lo scandalo lo si cerca esplicitando, forzando i toni, adottando sistematicamente il turpiloquio, sbattendo in faccia allo spettatore la "cosa", si tratti della sessualita' o della follia o del crimine: col risultato, il piu' delle volte, d' approdare senza rendersene conto alla frigidita' e alla parodia. Esattamente l' opposto di quanto avviene nella "Maria Brasca", dove niente, nella vicenda come nelle parole e nei gesti, trasgredisce la norma della quotidianita' e del decoro, ma dove la forza della corporalita' e del desiderio raggiungono poco a poco un' incandescenza assoluta, una sorta di calor bianco, diventano insomma . irrecusabilmente, "scandalosamente" . poesia. La corporalita' e il desiderio come assoluto, come (sia detto senza irriverenza) religione; e la protagonista come eroina di una tragedia che la sua stupenda ostinazione riesce a trasformare in commedia. Scrollandosi di dosso ogni convenienza e compromesso, rifiutandosi di prestare ascolto ai consigli, alle minacce, ai ricatti della famiglia e dell' ambiente, la Maria vuole . a tutti i costi . l' uomo che si e' scelto, l' uomo che "va bene per lei": non importa se e' piu' giovane, non importa se la tradisce, non importa se dovra' , magari, mantenerlo. Lo vuole e basta; e lo avra' . E che tutto questo avvenga in un piccolo mondo umile e periferico, agli estremi margini operai della citta' , fra gente che lotta per sopravvivere prima che per vivere, non fa che rendere la parabola piu' essenziale e toccante.
La Maria Brasca vista da Oliviero Ponte di Pino
La Milano descritta con affetto e partecipazione da Giovanni Testori nella sua Maria Brasca (lo spettacolo che nel 1960 segnò il suo debutto come drammaturgo, regia di Mario Missiroli al Piccolo Teatro) da tempo non esiste più. I prati di periferia dove andavano a far l'amore la passionale ed esplicita Brasca e il suo ganzo Camisasca sono stati cancellati - fin dall'epoca del mitico Ragazzo della via Gluck - da case e fabbriche, e poi nobilitati dall'invasione del terziario avanzato; allo stesso modo, il proletariato orgoglioso e ruvido, gli operai e gli artigiani delle periferie, sono stati risucchiati dal boom, oppure spinti verso la marginalizzazione, e i loro valori travolti dalla società dei consumi.
Dunque il recupero della Maria Brasca passa inevitabilmente dalla nostalgia, dal rimpianto per un passato ormai lontano, per radici da tempo dissolte, recuperabile solo attraverso l'ironia. Del resto anche nell'originale non mancano le consapevoli sottolineature ironiche, che ricordano certe graffianti malinconie delle canzoni del primo Jannacci, portando il testo oltre l'ambientazione apparentemente neorealista.
Anche lo svolgimento di questa parabola laica (e all'epoca vagamente scandalosa) sull'amore e sul sesso rimanda ad alcune ossessioni del Testori più maturo. La sua Maria Brasca è una donna emancipata e libera (per certi aspetti in anticipo sui tempi), concreta e ricca di temperamento, in grado di prendere il suo piacere quando le aggrada; s'innamora di un bellimbusto del quartiere, il Camisasca, di qualche anno più giovane di lei; quando lui la tradisce per una ragazza più giovane e il suo sogno romantico e carnale sembra definitivamente spezzato, la Brasca sfodera le unghie: contro il parere di parenti e amici, monta un inaccettabile scandalo. Alla fine riuscirà a riconquistare il suo bello - anche se probabilmente dovrà mantenere vita natural durante, sopportando corna e prepotenze.
E' proprio nella ricerca dello scandalo, nel giocarsi tutto quando tutto sembra perduto, quando ci si trova ad affrontare, soli con se stessi, il fallimento della propria esistenza, e quando in quel momento si sceglie di giocare contro convenienze, regole e convenzioni, che risiede uno degli schemi più tipici dell'opera di Testori. A dare spessore al personaggio è proprio la sua volontà di abbassarsi fino all'estremo, di andare oltre il limite: perché solo lì, dove trasgressione e ribellione diventano possibili e necessarie, solo nell'oscenità, e nella solidarietà che nasce dalla degradazione, diventa possibile misurare tutto il peso della condizione umana.
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